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Al caffè. Dalle opinioni alle idee. Regole per una pratica filosofica di gruppo.

29/11/2009

Torino, libreria Legolibri, 3 novembre ‘09

«L’esercizio pratico-filosofico della conversazione di gruppo richiede il costituirsi di uno spazio apposito, che renda l’esperienza esterna e tangenziale ad ogni forma convenzionale di confronto e di discussione. Questo è un assunto che si dispiega con l’idea stessa di fare filosofia: occorre cioè essere disponibili al presentarsi di un evento, che può essere o la scoperta di senso o la scoperta di sé, vale a dire occorre essere disponibili a una pratica di pensiero.
Anche la tecnica dialogica più sofisticata e carica di significati storici e di implicazioni culturali come quella argomentativa (problema – analisi – tesi e argomentazione) non sfugge alla logica tipica di ogni scambio, che è la confutazione. L’orizzonte comunicativo “comune” è quello della individuazione di sé intesa come differenziazione; si parte cioè da qualcosa come un Io conosciuto e un Loro altrettanto noto, per perfezionare la propria immagine di sé attraverso il confronto, la riuscita del quale non consiste in una messa in comune del discorso, ma in un rafforzamento del proprio Io. Lo scambio è un processo dialettico nel quale ognuno si aspetta dall’altro il riconoscimento di sé.  Ma in questa cornice non può avvenire nulla di veramente nuovo.
Il tentativo di far a-vvenire un senso deve avvalersi di un contesto in cui si sperimenti una distanza e una differenzadal vissuto quotidiano; questo è possibile probabilmente adoperando regole di comunicazione che siano fondate su un principio di solidarietà. Perché il senso, se inteso come idea guida, deve distinguersi dall’opinione, ossia è l’opinionedivenuta idea; e questo avviene solo in un orizzonte di condivisione che porti a unificare e non a distinguere.
Il filosofo e psicologo junghiano Romano Màdera ha elaborato 5 regole fondamentali per l’esercizio della pratica filosofica che si riassumono così:

1)      Il riferimento all’esperienza biografica dev’essere sempre presente, indipendentemente dal tipo di discorso;

2)      Le affermazioni dell’altro vengono accolte come espressione del suo sé e delle sue credenze: ciò significa accoglierlo come persona e non separare il problema dalla persona; il vissuto si fa così portatore di una maggiore profondità di senso, che aiuta a non escludere nessuna “verità”;

3)      L’ascolto dell’altro è aperto, il che significa che tende a sospendere ogni interpretazione sostitutiva del tipo “Quel che ho sentito è solo una copertura di qualcos’altro”;

4)      Il contributo e la restituzione di chi ascolta tendono a esprimersi  come un’offerta anamorfica, il che significa che il diverso punto di vista scopra altri aspetti di ciò che si è detto;

5)      La tentazione della distruttività nella contrapposizione confutativa deve essere sospesa e riesaminata auto analiticamente e in silenzio.»

I termini.

“Opinione” e “idea”. Dalla discussione emergono alcune ipotesi di senso: l’opinione “distingue”, è descrivibile; nell’opinione dunque ci si identifica. L’”idea” invece appare come qualcosa di condivisibile, essa “unifica”. Ma quanto più appare il potere unificante dell’idea, tanto più a questo apparire si accompagna l’ombra della contrapposizione: le idee dividono.
La filosofia è nata con lo scopo dichiarato di superare le mutevoli opinioni per giungere alla verità dell’Idea (da Eraclito a Parmenide, da Parmenide a Platone). Ma che cos’è l’idea nell’accezione moderna del termine? Questo ce lo insegna Kant. Essa è un concetto limite, lo schema appunto “ideale” con cui la ragione istituisce dei sistemi coerenti di fatti e di concetti per racchiuderli sotto un’unica denominazione, che può essere una scienza (l’idea di biologia) come un campo di esercizio pratico della ragione (l’idea di libertà o l’idea di Dio).
Mentre dunque l’opinione è “in noi”, noi siamo “nell’idea”?

La domanda.

La “condivisione” è un dare o un avere? È l’idea che ci arricchisce, o siamo noi che arricchiamo le idee? E quale utilità hanno le idee nella vita?

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