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Al caffè. “Dio è morto”, ma anche il prossimo nostro non sta tanto bene.

29/11/2009

La ricerca filosofica di senso passa attraverso due strade obbligate:
1)      L’interrogare/interrogarsi
2)      Il tornare ai termini nel loro significato originario.
Riporto quindi in queste pagine le tappe che, lungo queste due vie parallele, settimanalmente i miei interlocutori vanno percorrendo nel loro esercizio di ricerca.
Il problema di volta in volta proposto non è assolutamente vincolante, ma costituisce uno spunto di riflessione a partire dal quale può avvenire molto più di quanto in esso si annunci.

Al caffè (Pinerolo, 26 ottobre 2009)

«Alla fine dell’Ottocento, il grido sconvolgente di Nietzsche si è sparso sulla Terra: “Dio è morto”. Anche chi non ama Nietzsche ha dovuto riconoscerlo come profeta: durante il Novecento, nel mondo ebraico-cristiano le persone religiose da maggioranza sono diventate minoranza. E, anche per questa minoranza, la fede è diventata soprattutto un fatto privato, come la scelta di una filosofia, di una convinzione politica, addirittura di un amore.
La società retta da due pilastri non ha avuto pù equilibrio da quando uno è crollato. La morte di Dio ha svuotato il cielo. Ma niente resiste al risucchio del vuoto. Lo spazio celeste è stato riempito con l’assunzione dei miracoli della scienza e dell’economia fra le divinità, con l’elevazione alle stelle del desiderio personale. Troppo spesso si dimentica che desiderare significa proprio questo: smettere (de-) di affidarsi agli astri (sidera), farne a meno, sostituirsi al cielo.
Continuiamo ad aver bisogno di adorare qualcuno, ma il posto di Dio è preso dall’uomo e dalle sue opere. Insieme, sono elevate a modello e scopo per gli altri uomini. L’uomo ideale è trasfigurato, divinizzato. Di conseguenza, non è più un uomo vicino. Non è più una vista: è una visione. Ecco l’origine del culto delle persone famose, delle celebrities. Naturalmente le persone vicine continuano a esistere, ma la loro banale imperfezione le rende più estranee di un tempo.
Non è un caso se, alla fine dell’Ottocento, Freud inventa la psicanalisi, che si diffonde prepotentemente nel secolo XX. L’isolamento avanza. Le persone più sensibili sono lacerate da una sofferenza cui si assegna il nome di nevrosi. Attraverso la psicoanalisi ricostruiranno un rapporto umano, non con un prossimo ma con un professionista. Il loro bisogno di vicinanza è così violento che crea un eccesso di intimità con lui: è chiamato transfert e considerato a sua volta nevrotico. Freud suggerisce tecniche per contenerlo. Fa stendere ilo paziente su di un divano per allontanare il suo sguardo.
Col volgere del secolo XX in secolo XXI cede in modo irrimediabile anche il secondo pilastro del comandamento: l’uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei. È dunque tempo di pensare al sequel di Nietzsche, e dirci apertamente che è scomparso anche il prossimo. I tempi seguenti alla “morte di Dio” sono stati a volte detti post-teologici o post-religiosi. Per quelli attuali non si è ancora trovato un nome. Una sgradita possibilità sarebbe “post-umano”». [L. Zoja, La morte del prossimo. Einaudi 2009].

La domanda.

Cos’è Dio?

Una necessità (dell’uomo)? Un Potere – regolativo, morale, creatore?
Ciò che è certo è che il progresso scientifico ha “abolito” il divino, inteso in tutti i sensi sopra indicati. Anche l’attributo di “inconoscibile”, metafisicamente accreditato nella tradizione filosofica, è stato abolito come paralogisma insostenibile.
Laicamente, tuttavia, si potrebbe sostenere che, più che Dio, è morto il Mito, cioè l’origine dei fondamenti sui cui poggia l’esistenza umana.

La parola.

Mithos. Scrive Guido Brivio: «In quanto luogo originario – almeno da un punto di vista genetico e  cronologico – del darsi della verità in quanto origine, il mito è una sorta di messa in opera della verità, come rivela il suo carattere strutturalmente poietico ed estetico. Ma in quanto luogo dell’inizio, dell’accadere originario della verità del principio, il mito rivela immediatamente un’intonazione archetipa, irriducibile alle categorie consuete del pensare.  Le indagini più riduzioniste del mito non hanno potuto fare a meno di notare come ciò che lo caratterizzi sia una singolare accettazione e persino un accoglimento della contraddizione (…). Ma esattamente questa contraddizione è il segno proprio della originarietà del mito, cioè del suo sorgere e del suo sostare presso l’origine.
(…) se la contrapposizione mithos/logos è dunque un prodotto del logos moderno – scisso da quella origine duplice che lo connette intimamente alla propria radice mitica – il mito sembra esercitare, a sua volta, come una singolare nemesi sulla modernità, rovesciandosi su quello stesso logos che sembrava averlo destituito» [G. Brivio, Paradoxa Aphroditae. Il melangolo 2007].

Da quanto scrive Brivio, si potrebbe arguire che, non potendo l’uomo rimanere senza parola – nella forma del logos o del mithos – allora non di “morte del  mito” bisogna parlare, ma di una rivincita della complessità – dell’ambiguità – sul monoteismo della ragione.

Domanda.

La “morte di Dio” ha richiamato gli dei?

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