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Un thé con T. Filosofia “o” vita?

29/11/2009

T. è il mio primo “ospite”. Ha vent’anni e studia filosofia. Quello che mi racconta di sé appare in un primo momento senza senso, o per lo meno un rebus: da un lato ama la filosofia e lo studio con una passione quasi travolgente, dall’altra non sopporta i “filosofi” (?) e ha tra i suoi peggiori incubi quello di diventare come loro. In sostanza: non concepisce per sé una vita priva di spessore culturale e intellettuale, ma tuttavia proprio quel tipo di vita gli appare minaccioso e, alla lunga, non tollerabile. In parole povere: T. si sente preso in trappola.
“Voglio una vita normale” è il refrain che ad ogni incontro egli ripete come un mantra scaramantico.
“Che cos’è “normale? – gli chiedo.
“Giocare a pallone, uscire la sera con gli amici, poter essere capito da loro senza passare sempre per un intellettuale un po’ rompipalle e un po’ fuori del mondo”. Insomma: T. si sente minacciato dalla diversità. Dalla SUA diversità, non da quella degli altri. Un ventenne con interessi e capacità intellettuali solidi, che intenda affrontare la vita con spirito battagliero e senza reticenze, che voglia uscire dalla palude adolescenziale in cui sta affondando un’intera generazione, oggi può oggettivamente temere incomprensione e solitudine. Ben presto, infatti, gli amici “si stuferanno” di parlare con lui. E, soprattutto, egli non avrà mai la possibilità di trovare qualcuno all’altezza delle sue esigenze emotive e spirituali.
T. non può fare a meno degli amici ma neppure della filosofia e, come se le due cose appartenessero a mondi incomunicanti, la scelta lo lacera. Ma che cosa è diventata l’amicizia oggi, se per esser amici diventa indispensabile essere dei cloni di uno stesso cliché, pena il rifiuto e il sarcasmo? Se gli amici non sono persone ma specchi in cui si cerca disperatamente di ritrovare se stessi? Non c’è da stupirsi se ad uno sguardo più profondo quegli specchi si incrinano e restituiscono di noi un’immagine devastata e irriconoscibile.
Le conseguenze per T. non tardano a farsi sentire: quando arriva da me, la sua disperata convinzione è che “la cultura non ha nessuna utilità. Può essere bella e piacevole, ma non ne comprendo il senso”.
Cosa rispondergli? Quali parole ha la filosofia per questo ragazzo?

Le domande: che cos’è “filosofia”? E che cos’è “l’amicizia”?
Ciò che oggi si trova nel “mondo della filosofia” – il mondo accademico degli istituti universitari – è l’arida rappresentazione di un puro gioco linguistico, unita a una relazione di potere tanto rigida quanto spietata. Come scrive Romano Madera: « Preoccupati dell’accusa di tuttologia, i filosofi interiorizzano il comandamento dell’epoca e diventano i più ossessivi guardiani dello specialismo e della legittimità disciplinare di qualsivoglia ricerca. Alla filosofia non è mai spettata la produzione di tutti i diversi saperi: la sua impresa è da sempre quella dell’unificazione dei saperi.»
Ma la filosofia può ridursi a questo? La “persona comune” è davvero, in quanto tale, non-filosofante? Nei miei anni di insegnamento ho compreso una cosa: ciò che attrae i giovani verso la mia disciplina è proprio la scoperta di un sapere dialogante, non autoreferenziale e non “al di sopra delle parti”. Questo “sapere dialogante” è ciò che il mondo accademico oggi tradisce più di ogni altra cosa. In questo senso, dunque, il disagio di T. è più che legittimo e comprensibile.
E va di pari passo col suo bisogno di amicizia. Attenzione: il bisogno di amicizia consapevolmente espresso non è mai frutto di una carenza. Al contrario, questo bisogno nasce da una autentica propensione ad “essere con gli altri”. Il bisogno di amicizia è una malattia dei nostri tempi. Una malattia che non riguarda l’anima di chi soffre, ma tutte quelle che gli stanno intorno senza dare risposta a questo bisogno. È una malattia dell’anima che arreca dolore in chi è sano, non in chi è malato.
Senza saperlo, forse T. cerca la stessa cosa in due dimensioni apparentemente contraddittorie. Ma la natura intima delle cose della vita è di essere contraddittorie, perché nella contraddizione si cela la ricchezza del senso. Dunque la “torre d’avorio” e la “piazza” non sono i due luoghi simbolici autentici della filosofia e dell’amicizia, ma solo ciò a cui il nostro tempo le ha ridotte. Filosofia e vita hanno un punto d’incontro nel dialogo, purché l’una rifugga dalla mercificazione del sapere specialistico e l’altra dalla deiezione della chiacchiera.

Torino, novembre 2009.

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  1. 29/11/2009 15:58

    😉

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