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Ai margini del “testo”.

11/01/2010

Si è tenuto a Firenze (8 – 10 gennaio) un Seminario di formazione dell’associazione Phronesis. Il tema, “Pratiche filosofiche e tradizione”, mi induce a registrare alcune riflessioni sul concetto di “testo” in filosofia.
La “tradizione” filosofica è quella che ogni cultore della disciplina trova ben ordinata nella sua biblioteca, nella classica forma del testo. Il riverberarsi della tradizione nella pratica filosofica concerne quindi lo spazio che i classici possono ritagliarsi nell’agire comunicativo della consulenza, o del dibattito pubblico. Uno spazio controverso e liquido, come liquida è controversa è stata la discussione seminariale. Non è infatti per nulla chiaro se la “saggezza” (o la “sapienza”) del filosofo praticante derivi dai maestri o dalla vita, e in qual misura dagli uni e/o dall’altra. Ciò su cui invece occorrerebbe discutere con più attenzione (e forse con maggiori possibilità di successo) è su come la tradizione nel suo complesso possa diventare oggetto di confronto. Diverso infatti è capire come UN classico possa segnare la conoscenza e la mente di un singolo lettore (più o meno ingenuo), altra è capire come predisporsi comunitariamente all’incontro con I classici partendo da un ben definito punto di vista. Che è poi un problema ben noto a chi insegna. Questo per dire che un laboratorio “sui classici” è cosa molto diversa da un laboratorio “sulla tradizione”. Nel primo caso, l’attenzione va indirizzata al testo nella sua specificità – o a un repertorio omogeneo di testi; nel secondo, essa deve rivolgersi invece al lettore, anch’esso individuato nella sua specificità.
Ciò che al gruppo di “specialisti” (dalla classe universitaria al consesso di consulenti) deve stare a cuore non è dunque il senso del dettato testuale, ricerca che comincia meglio nel rapporto individuale col libro; ma piuttosto il significato dell’evento rappresentato dall’incontro con la storia del pensiero nel suo insieme. Non la “grammatica” del testo filosofico, ma la “meta-grammatica” della letteratura filosofica.
Solo su questa “meta-grammatica” sarà, forse, possibile trovare un protocollo d’intesa che qualifichi la pratica filosofica come una pratica omogenea, anche se non rigida nelle sue strutture operative. Intesa su COME leggere, più che su COSA leggere.

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  1. 21/01/2010 10:57

    Condivido pienamente questa tua riflessione, e mi pare che d’altra parte un atteggiamento di apertura all’evento reale in cui il testo viene letto sia la condizone essenziale perchè esso rimanga vivo, cioè continui a partecipare al nostro colloquio collettivo, con tutta la ricchezza che un grande classico può contenere. Purtroppo spesso i filosofi fanno fatica a liberarsi delle proprie abitudini di lettura “disciplinare”, e in mancanza di umiltà pretendono ancora di stabilire “che cosa ha veramente detto…”.
    Ecco forse una lettura pratico filosofica del testo è prima di tutto un umile ascolto, perchè un vero dialogo ha bisogno sempre di un vero ascolto…

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