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Al caffé. Sulla saggezza. II

31/01/2010

La conversazione filosofica ha ruotato attorno all’io dall’epoca di Cartesio, fino a quando il testimone non è passato nelle mani degli psicologi. Un vero e proprio “passaggio di consegne” , dopo il quale pare che i filosofi non abbiano più nulla da dire su un argomento tanto rilevante per la nostra identità. Furono indubbiamente Schopenhauer e Nietzsche a smantellare l’imponente edificio costruito dal razionalismo europeo, portando alla ribalta del pensiero occidentale territori di indagine insondabili e scabrosi. L’idea che la coscienza dell’uomo sia un’illusione o una maschera dietro cui pulsano forze vitali indifferenziate di profondità cosmica, ha come prosciugato le sorgenti della filosofia, privandola della propria ragione fondante. La filosofia “cerca di nuovo l’uomo”, in un panorama privo di orizzonti di riferimento, in un’evaporazione delle certezze che ha prodotto una cortina nebbiosa nella quale è impossibile orientarsi.
Sarà per questo che la dittatura dell’io si è fatta così soffocante? Come l’”uomo copernicano” del Seicento era stato detronizzato dal centro dell’universo per essere sballottato in un infinito privo di senso, così l’io stesso è stato ridimensionato a semplice comparsa nel gran teatro della vita, i cui protagonisti sono le forze incommensurabili dell’irrazionale istinto di conservazione. La moderna dittatura dell’io è l’ultimo colpo di coda di un’umanità incline a sopravvalutarsi fino all’autodistruzione?
Ma se così fosse, se “superare l’io” costituisse la necessaria evoluzione del nostro destino, verso quale meta dovrebbe mai puntare l’uomo post-cartesiano? È dunque giunto anche per noi uomini dell’Occidente il momento del Sé? Ma chi/cosa è “il Sé”?
Qualcuno di noi ha suggerito che l’io non sia altro che la vita inautentica, mentre il Sé rappresenta quella autentica. Ipotesi non banale, ma tutta da esplorare. Perché se l’io è – da Nietzsche e Freud in poi – la faccia inautentica dell’esistenza, ne consegue che il Sé ne costituisca il versante autentico. Cosa non certo facile da intendere, soprattutto per un’umanità che non ha mai saputo rinunciare al proprio rigido principio di identità. La chiave della saggezza è forse nelle mani dell’Altro da noi, un Altro che non abbiamo mai saputo intendere che come Oscurità e Abominio. Chi ci darà il coraggio di alzare lo sguardo verso di Lui, per aprire un colloquio che noi stessi ci siamo preclusi da millenni?

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