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Al caffè. La strada della saggezza.

11/02/2010

“C’è una via nel bosco …” potrebbe essere il titolo di questa ultima riflessione sulla saggezza. Il bosco: un simbolo tra i più … intricati. Esso è “la macchia”, quindi la colpa e la dispersione; la natura, e pertanto ciò che è “altro da noi” in quanto esseri civilizzati. Il “caos” disorientante opposto al principio d’ordine; il “fanum” opposto al “profanum” della vita umana, e quindi il luogo dell’epifania del sacro, numinoso e tremendo. Insomma: tutto ciò che sta al confine del razionale e del determinato. L’archetipo dell’inconscio, quindi, inteso nel suo significato più alto e profondo, di humus della nostra umanità.
Dall’inconscio emerge la colpa come minaccia di solitudine e abbandono, la dispersione dell’io nell’indifferenziato privo di identità; l’inconscio è il pre-cosciente e quindi il “selvaggio”; ma è anche la radura (Lichtung) che, aprendosi al sole tra l’intrico dei rami, fa trapelare la luce del sacro, ovvero della vita come dono. Ormai abusata è la citazione del motto di Holderlin ripreso da Heidegger: “dov’è il pericolo li sorge la salvezza”, ma tant’è: quando ci vuole ci vuole. Perché se l’inconscio è ciò che ci minaccia nel profondo, esso è anche la “casa” da cui non possiamo allontanarci senza rischio di perderci.
Può sembrare una contraddizione: uscire dal labirinto del non-senso potrebbe costarci la perdita … del senso. Eppure c’è qualcosa di autentico in questo ammonimento: la vita è infatti una continua oscillazione – sistole/diastole – tra l’io e l’es, tra l’identità volitiva dell’Ego tutta tesa all’autoaffermazione (diastole) e l’abbandono regressivo al Puer che sempre siamo (accidia, insofferenza, malevolenza, capriccio: sistole). Allontanarci troppo dalla natura – dal bosco – ci costa la perdita delle radici storiche del nostro essere “umani”; abbandonarvisi ci disperde nell’angoscia di una vita senza senso. E allora?
E se la saggezza fosse questo “medium” del saper tracciare una via nel bosco verso la radura? Il Sé: perfetta integrazione tra Io e inconscio, identità compiuta di un essere che, senza rinunciare alla storia che lo segna nel profondo, sa scegliere in essa un percorso che non lo disperda ma gli riveli, pur tra affanni e sofferenze, la luce che si nasconde nel profondo di ciascuno di noi?
Concludendo. Il nostro essere umani non può essere giocato “contro gli altri” in una perenne competizione di volontà autoreferenziali; ma neppure possiamo ripetere l’utopia, già sconfitta, della “fraternità” tra gli uomini. Gli “altri” li incontriamo prima di tutto dentro di noi, nella figura dell’Altro che ci spaventa e disorienta. Imparando ad accettare “quell’Altro” che ciascuno di noi è, allora sapremo andare incontro con familiarità e benevolenza a tutti gli altri che, nel loro sembiante, ripropongono la nostra natura umana.

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4 commenti leave one →
  1. Stefano Rigo permalink
    11/02/2010 21:19

    Saggezza come “perfetta integrazione tra Io e inconscio”;imparando ad accettare l’Altro che è in ognuno di noi sapremo andare incontro agli altri; mi chiedo però:
    1) prima di poter integrare il mio IO e il mio inconscio non sono obbligato a cercare un confronto con l’io e l’inconscio di chi mi circonda (genitori, coniugi, parenti, amici, la società)? L’interazione con gli altri non è una componente indispensabile nella ricerca e nel consegute determinarsi dei miei equilibri?
    La mia “perfetta integrazione tra Io e inconscio” non si instaura a volte a scapito della perfetta integrazione di qualcun altro?
    2) Questa saggezza non si può trasformare in una condizione di eccessiva staticità? Per crescere non si devono rompere a volte (anche duramente) equilibri esistenti per ricrearni altri nuovi?
    E’ necessario (utile) essere sempre saggi?

    • mauriziochatel permalink*
      12/03/2010 22:04

      Leggo un po’ di preoccupazione nella domanda ;-)… Non voglio dare risposte, perché credo che queste possano venire solo da noi stessi. Dico soltanto che se prendiamo sul serio la dimensione della saggezza, allora come si fa a essere un po’ saggi e un po’ no? Penso che non dovremmo preoccuparci di “essere saggi”, ma soltanto di capire che cosa ciò significa. Credi sinceramente che si possa essere “con gli altri” se non si è “con se stessi”? Forse le due cose non sono slegate. Né solo l’una, Nè solo l’altra…
      Grazie per l’attenzione…

  2. Gianni permalink
    12/03/2010 23:44

    Ognuno si ritrova inculcata, nei primi anni di vita, l’idea di essere, insieme all’universo, creato da Dio (cfr. Nati per credere). Successivamente alcuni si professeranno credenti, altri agnostici o atei e la maggioranza non si porrà mai il problema; per tutti comunque questa idea rimane come sottofondo.
    Prima di Copernico l’uomo era al e il centro dell’universo. Dopo, nonostante tutto, lo è ancora.
    Le posizioni rispetto alla Domanda ti estì sono fondamentalmente due:
    a) l’universo e l’uomo sono la realizzazione di un disegno intelligente attraverso l’evoluzione: questa posizione impone come ricerca della verità la conoscenza delle regole del progetto (capitolato) che comprendono tra l’altro le idee assolute di giustizia libertà etc.
    b) l’universo e l’uomo sono il risultato di un’evoluzione casuale in cui l’unica regola necessaria e sufficiente è la forza fondamentale di natura (“attrazione” ovvero E=mc2): le idee di libertà giustizia etc. sono prodotto della mente e quindi non assolute.
    A sostegno della prima ipotesi (ovviamente aldilà del puro atto di fede) vengono usati come più forti questi argomenti:
    – l’organo della vista, esempio sublime di perfezione, non può essere risultato di un’ evoluzione casuale ma deve sottendere un disegno intelligente;
    – la probabilità che un’evoluzione casuale abbia prodotto gli organismi complessi quali osserviamo è la stessa che ha un uragano, abbattendosi su un mucchio di rottami, di assemblare un Boeing (molto vicina allo zero).
    Il primo è facilmente smontabile osservando che non tutti i prodotti dell’evoluzione sono così perfetti, che non necessariamente l’occhio com’è adesso è il massimo possibile di perfezione, etc.
    Il secondo contiene due errori: se una probabilità esiste la natura ha avuto tutto il tempo e le opportunità per incontrarla (ho una probabilità su n di azzeccare la combinazione vincente del superenalotto, ma se le gioco tutte n …); inoltre la natura non ha ottenuto in un sol colpo il prodotto finale partendo da un “brodo” o ammasso informe di costituenti elementari, ma ha pazientemente selezionato una serie lunghissima di mutazioni.
    La prima ipotesi dunque non dimostra l’esistenza di un “disegnatore” intelligente.
    La seconda ipotesi non dimostra la non esistenza di un creatore.

    Conclusione: o Dio esiste e ha creato l’universo con tutto il suo contenuto (evidentemente con atto unico) oppure l’universo coincide con Dio (secondo la definizione di essere che non ha fuori di sé la causa della sua esistenza).

    In entrambi i casi non vedo altra possibilità che la nostra mente, quella che si pone la “domanda”, sia un prodotto casuale dell’evoluzione e che quindi i valori assoluti che andiamo cercando siano in realtà contingenti cioè relativi allo stato attuale di evoluzione della nostra mente appunto.

  3. mauriziochatel permalink*
    15/03/2010 09:37

    E’ tutta colpa di Aristotele e del suo concetto di Causa. E’ che non sappiamo vivere contingentemente, ma ci sentiamo sospesi tra un nulla e un altro nulla. Condizione infernale… proviamo a togliere il principio di una causa “finale”, e vediamo come si sta… comunque è un buon argomento per i prossimi inc0ntri.

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