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Un thé con K. La filosofia come esercizio.

11/02/2010

«Quando noi urtiamo contro un ostacolo, qualunque esso sia purché particolarmente duro, il contrasto fra la nostra intenzione e l’oggetto che si oppone diventa ben presto un conflitto interiore. Infatti, mentre io mi sforzo di subordinare alla mia volontà l’oggetto che mi si oppone, tutto il mio essere si mette a poco a poco in rapporto con esso, in corrispondenza appunto della forte carica libidica che attrae, per così dire, una parte del mio essere nell’oggetto. Ne risulta un’identificazione parziale di determinati elementi affini della mia personalità con l’essenza dell’oggetto. Appena attuata quest’identificazione il conflitto si trasferisce nella mia propria anima. Questa introiezione dell’oggetto mi rende discorde con me stesso, cagiona così un’impotenza nei confronti dell’oggetto e suscita perturbazioni affettive che sono sempre sintomo di un dissidio interiore. Le perturbazioni affettive però fanno sì che io percepisca me stesso e che sia messo perciò in grado – a meno che non sia cieco – di rivolgere la mia attenzione su di me e di seguire in me il gioco delle forze in contrasto.” (C.G. Jung)

K., poco più di trent’anni, è un uomo sull’”orlo di una crisi di nervi”. Padre in attesa di un secondo figlio, comincia a risentire del peso della realtà, a fronte di una giovinezza interiore che scalpita e minaccia sfracelli. Lavoro e famiglia gli stanno sfiancando l’anima, e, per giunta, non si sente affatto compreso. Non è difficile capire che K. è affetto da un disagio esistenziale che coincide con la crisi di passaggio dalla giovinezza alla piena maturità. Egli vive in modo lacerato l’abbandono della prima e la tensione verso la seconda. Inoltre, ha un profondo bisogno di essere messo di fronte a un diverso punto di vista, perché in questo non è davvero aiutato dalla compagna, che non reagisce alle sue sollecitazioni critiche.
Ed è proprio lavorando attorno a una prima “disseminazione” dei punti di vista, che in lui scatta un meccanismo di consapevolezza. È urgente mettere in evidenza lo spostamento del conflitto dall’oggetto al soggetto: trovando egli resistenza nella realtà, ha introiettato la tensione dentro di sé, arrivando a uno stato di lacerazione interiore. È dunque contro una parte di sé che egli sta lottando, e non più con un “altro da sé”. Occorre riconoscere questa parte, nominarla e accettarla. Consapevolezza e cura . In altre parole: se egli soffre di questa contrapposizione con la compagna, è perché c’è una parte di lui che non è ancora pronta alla nuova condizione, all’interno della quale le sue esigenze potrebbero benissimo trovare un loro posto, purché adattate al nuovo status. Il fatto è che K. non sa di doverle adattare, e assume i suoi desideri nella stessa forma che avevano quando era ancora un ragazzo. Occorre cambiare forma ai desideri, non rinunciarvi, per farli crescere nella sfera di maturità che egli esteriormente ha saputo conquistare. È come se egli avesse deciso di afferrare un dono estremamente prezioso ma molto pesante, e il suo braccio – la sua consapevolezza interiore – non fosse ancora sufficientemente maturo per reggere tale peso.
K. mi appare scosso: “in realtà pensavo di essere meno fragile, più maturo”.
Caro K., la fragilità non scompare mai del tutto dalla nostra vita. Avremo sempre –lo dico per esperienza – una parte di noi che può farci vacillare e cadere. Quello che importa è averne coscienza e saperlo accettare con umiltà, facendo di questa consapevolezza il punto di forza per salvarci.
E di nuovo: “questa scoperta mi coglie impreparato; credevo di essere pronto ad uno stile di vita che avevo sempre desiderato”.
Riflessione sui concetti di “scelta” ed “esistenza”. La scelta è sempre opera della coscienza, cioè di una funzione mentale più elevata ma molto differenziata rispetto alla complessità che la vita interiore nel suo insieme comprende. Molto spesso quindi le scelte possono essere sbagliate o in anticipo rispetto alla maturazione delle altre facoltà mentali ed emotive. L’esistenza, al contrario, contempla l’insieme delle funzioni interiori (mente ed anima), perché è un “mettere in gioco” continuo se stessi nella propria totalità. Non c’è quindi nulla di strano né di negativo nel fatto che una persona si senta portata verso uno stile di vita, ma debba poi faticare per adeguarsi a questo stile: la coscienza in questi casi deve trascinare dietro di sé funzioni emotive ancora inadeguate alla nuova realtà.
A questo punto K. si interroga su “che fare?”. “Come posso rimediare a questo gap tra ragione ed emozione, quali sono le cose da mettere in atto?” Gli faccio subito notare un fatto elementare: la consapevolezza del conflitto interiore che la sua situazione ha generato è una grande risorsa, la stessa che lo ha spinto a chiedere aiuto; egli parte da un livello di comprensione del problema che è già la conditio sine qua non per un vero percorso di maturazione. Egli si trova, per dirla con Heidegger, “nell’apertura”: la comprensione è già la sua verità, non gli resta che abitarla. La filosofia può tuttavia offrire uno stile di vita, può diventare cioè metodo per un esercizio di educazione alla consapevolezza: questo “stare nella” consapevolezza deve cioè sostituire il dialogo interiore al conflitto interiore. Le sue parti contrastanti – quella della coscienza e quella dell’emozione – devono cioè imparare a convivere e a non rifiutarsi, per raggiungere un livello di unità esistenziale più elevato.

Alla fine dei nostri ragionamenti gli propongo questo quadro riassuntivo della situazione: egli è arrivato alla consulenza grazie a una forte sensibilità personale che lo rende consapevole del disagio; a fronte di questa sensibilità non ha però gli strumenti comunicativi adatti a dire, prima di tutto a se stesso e poi a sua moglie, in cosa realmente consista questo disagio. Esso assume le forme di un’insoddisfazione vagamente regressiva, e di rivendicazioni concretistiche che non risolvono però l’autentico gap comunicativo con la sua compagna. Ormai K. è consapevole del fatto che lui e sua moglie stanno attraversando momenti diversi dell’esistenza – il momento femminile della maternità e quello maschile della paternità – e che il problema è soprattutto questo e non altri. Ma tuttavia, come spesso ripete, “non sa cosa fare”.
Torniamo allora al tema della filosofia come esercizio. L’esercizio che gli propongo è di recuperare il gap espressivo che la sua formazione gli ha negato, facendo dell’autobiografia. Concentrandosi cioè in una ricerca di senso prima di tutto linguistica e comunicativa, perché al “senso” in se stesso egli è in grado di arrivarci, ma in modo indistinto e oscuro. K. è colpito ma anche a disagio di fronte a questa prospettiva, per lui “del tutto inattesa”. Non riesce a capire il valore pratico di questo consiglio, poiché le sue attese erano verso una soluzione “rapida” del problema proposto. Tuttavia afferma: “la sento come una cosa utile e ricca di benessere e come un mio banco di prova”.

Ora K. Cammina da solo. Porta sempre nella sua borsa di lavoro un quadernetto in cui “rivive” momenti della sua esistenza, alla ricerca di un tempo perduto in cui ancora non sentiva l’esigenza del senso. Ed è proprio in quello scrivere che il senso fa intravedere la sua luce, tale da aiutarlo a ritrovare prima di tutto se stesso.

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