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Al caffè. Cos’è (ti estì) “istituzione”?

12/03/2010

La filosofia occidentale divenne adulta quando, nel modo di intendere il proprio rapporto col mondo, indirizzò la ricerca verso quello che Heidegger avrebbe definito “il domandare più originario”. La “domanda delle domande”, la domanda filosofica, da Socrate in poi risuona con un semplice trisillabo: ti estì, che cos’è?
Vorrei ancora riflettere sulle parole di François Jullien, già riportate il 5 dicembre: la definizione è il luogo d’incontro per eccellenza delle diverse ragioni, lì dove si dà un’apertura al comune intendere e comprendere (cosa, attenzione, molto diversa dal senso comune). Senza definizione non c’è dialogo, senza la condivisione del significato non è dato di intendersi.  E la definizione è ciò che sorge come risposta alla domanda “che cos’è?”.

Consapevoli di ciò, abbiamo dunque preso la strada del dialogo metodico, il dialogo per eccellenza, quello socratico. Il dialogo socratico è una pratica filosofica particolarmente adatta all’ambiente del Caffè Philo; esso coinvolge infatti i partecipanti in una ricerca di senso non solo condivisa, ma organizzata attraverso delle tappe di ricerca che esprimono bene quel principio fondamentale del trovarsi insieme filosoficamente che è il passaggio dalle opinioni alle idee. Si comincia dunque dall’esposizione di alcuni vissuti, liberamente narrati dai partecipanti come una loro personale proposta di riflessione. Si procede quindi alla scelta di quello tra essi che meglio rappresenta, dopo un attento confronto, il senso di ciò che si sta cercando.
Individuato il racconto-guida, si procede a un suo ripensamento collettivo: esso è diventato di pubblico dominio e dev’essere sviscerato con nuove interrogazioni e riflessioni. Dall’osservazione di ciò che è stato detto emergono spontaneamente i temi fondamentali del problema: essi si manifestano in modo semplice e diretto alla consapevolezza di tutti, e la loro esposizione trasforma il semplice vissuto ancora spoglio in una trama di significati. Si è passati così dall’opinione (vi racconto cos’è stato per me …) alle idee (mettiamo in comune il senso di ciò che è stato narrato).
L’ultimo passo è una sintesi razionale che colleghi i vari temi in una definizione complessiva, ovvero che trasformi i singoli concetti in una costellazione di senso. La definizione di ciò che è stato cercato si presenta così come quell’enunciato che contiene in sé, unificandoli, tutti i concetti emersi nella ricerca. Può sembrare una costrizione troppo raziocinante, ma in realtà tutto questo non vuol essere altro che un esercizio filosofico di assimilazione dell’altro; attraverso la ricerca della definizione ogni partecipante al dialogo esce trasformato avendo, a sua volta, contribuito alla trasformazione degli altri.
E dunque: di che cosa parliamo quando prliamo di “istituzioni”?

Quale tempo ci è dato di vivere? Forse quello della crisi delle democrazie? Può ancora dirsi democratica l’atrofia civica che ci pervade? E l’autocombustione che divora le istituzioni? È opportuno che la filosofia si applichi a ri-pensare ciò che è dato tanto per scontato da non avere più senso.
Cos’è istituzione, dunque?
Naturalmente quando si dice istituzioni il pensiero corre alle forme di governo della società civile. L’esperienza quotidiana da cui attingere i termini della ricerca ci dice che, “innanzi tutto e per lo più”, le istituzioni sono il luogo delle relazioni asimmetriche, ovvero del potere. Ma di quale forma di potere? Ancora una volta, innanzi tutto e per lo più, del potere che nasce dalla competenza in fatto di leggi e di norme. Colui al quale il cittadino si rivolge è il funzionario, il pubblico ufficiale delegato all’interpretazione e all’applicazione delle leggi.  Ma come ci appare questa relazione? Nel modo di un interloquire filtrato dal vetro della burocrazia.: lo sportello. Il cittadino è un postulante di fronte al quale si erge un’individualità generica che può gestire la relazione nei modi che il suo potere gli assegna, ma che non sono mai privi di connotazioni personali: l’arroganza o la cortesia, l’autorevolezza o il grigiore dell’uomo senza qualità. È evidente che, in queste condizioni, l’interpretazione delle norme può variare in una scala di sfumature che determinano il modo di percepire l’istituzione: vicina o lontana, opprimente  o amica.

Abbiamo dunque a che fare con una “realtà” che, in termini concettuali, comprende in sé tre grandi categorie: quella del potere, della competenza e della legge. Potere e competenza vi sono in quanto vi è una legge, di fronte a cui questi si pongono come elementi di mediazione (o facilitazione) più o meno diretta ed efficace. Questa è una prima ipotesi di definizione.
Ma queste tre categorie sono sufficienti a comprendere “tutte” le istituzioni? Probabilmente il processo da fare, a questo punto della ricerca, è l’opposto di quello che il comune sentire ci ha imposto all’inizio: prescindere dall’esperienza quotidiana per rivolgere il nostro pensiero all’istituzione in sé, al modello universale di ciò che l’umanità intende per Istituzione. Dobbiamo cioè individuare ciò che rende le nostre relazioni coi poteri qualcosa di istituito, di condiviso al di là delle pure formalità. Il pensiero deve elevarsi all’universalità dell’Idea, senza la quale il senso farebbe fatica ad emergere. E ciò che subito emerge da un tale approccio è il valore fondante delle leggi. Non c’è Istituzione senza leggi, ovvero senza principi modellizzanti di comportamento.
In quest’ottica, non è difficile concludere che l’istituzione sorge dall’esigenza di un ordine sociale.  Che la sua origine sia il mito o il contratto, vi è comunque alla radice il bisogno di sicurezza e di ordine di cui l’individuo non può farsi carico isolatamente. E questo è testimoniato, prima ancora che dai fatti, alla radici stesse del nostro immaginario occidentale, dalla tragedia di Eschilo Le Eumenidi, che fornisce al nostro comune sentire il senso originario del bisogno di legge.

Atèna:

Or la mia legge udite, Attiche genti,

voi prime elette a giudicare questa

causa di sangue. Al popolo d’Egeo

anche i venturi dí, questo consesso

darà sentenza, qui dove le Amazzoni

posero campo e tende, allorché l’odio

contro Teseo le spinse a guerra, ed esse,

di fronte alla città, questa munirono

di torri eccelsa rocca, ed immolarono

vittime ad Are: onde la rupe ancora

d’Arëopàgo ha nome. Esso il rispetto

ed il timore ai cittadini in cuore

indurrà, che non mai, né dí, né notte,

vïolino giustizia, e che le leggi,

d’Atene i cittadini mai non mutino:

ché, se di fango e umor fradici, l’onda

limpida inquini, ber piú non la puoi.

Oreste, matricida per onore, è giudicato e assolto in nome di un principio di cui egli da solo non poteva farsi carico: il prezzo del sangue è qualcosa di cui solo il potere può disporre.  L’istituto della giustizia libera il singolo dal circolo perverso della vendetta, il cui esercizio è sempre portatore di rimorsi e di altre vendette.
L’istituzione dunque libera, alleggerisce, sposta il principio di responsabilità dall’individuo alla collettività; e non solo: placa le Erinni (dee della vendetta) in Eumenidi (dee della giustizia), immergendo la coscienza individuale nel mare più navigabile della coscienza collettiva.
Troviamo dunque, nei miti fondativi della nostra cultura, una rivelazione di senso: l’istituzione si modella su un’esigenza, e a sua volta modella la società da cui è sorta. Ma la nuova domanda che si impone è ancora più profonda: che cosa dà all’istituzione il carisma per agire in questo modo totalizzante sui rapporti fondamentali tra gli uomini? Di che cosa è investito colui che è chiamato a rappresentare l’istituzione? È sufficiente la delega, come stabilisce la moderna forma contrattuale delle istituzioni? Se nel senso dell’Istituzione ne va della nostra stessa pace, e quindi di una fetta fondamentale del senso della vita, qual è il simbolo che viene investito a garanzia di una tale pace?

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