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Un thè con F. Il “vuoto”.

21/03/2010

F., un ragazzo di 24 anni,  lamenta un forte disagio nelle relazioni interpersonali. Si sente “diverso” e vive questa sua sensazione con una frustrazione mista ad aggressività. Una giovinezza particolarmente difficile – genitori in conflitto e una lunga serie di viaggi e cambiamenti che lo hanno portato ad assumere una grande elasticità ed apertura al mondo – gli ha dato una maturità precoce (almeno secondo lo standard generazionale attuale) che confligge con il vuoto di coscienza della condizione giovanile media. I suoi atteggiamenti positivi e costruttivi nei confronti della vita vengono definiti come “cerebrali”, e il suo “non aver paura” suscita una immediata reazione di difesa escludente.

Propongo a F. una riflessione: sul senso profondo di un verbo che caratterizza fortemente tutti i suoi discorsi sull’amicizia e le relazioni interpersonali. Questo verbo è “uscire”, nel senso di una marca indicativa di tutto ciò che caratterizza le sue relazioni. F. non mi dice mai che vuol fare qualcosa con gli altri – andare al cinema o al pub o parlare – ma che vuol “uscire”. “Uscire” è l’unico termine di riferimento con cui egli (e le ultime generazioni in generale) indicano lo stare insieme, come una sorta di contenitore vuoto in cui non si sa cosa mettere. L’azione assume quindi un valore “assoluto”, che fa da divisore tra il vuoto e il pieno: il vuoto della solitudine e il pieno di uno “stare insieme” senza contenuti. Interrogandolo sul valore che questo verbo ha nell’esistenza adolescenziale, egli mi risponde consapevolmente che rappresenta una sorta di idealizzazione dell’autonomia, a cui non corrisponde però nulla di preciso. Autonomia dalla famiglia verso un nulla assoluto. L’uscire, come marca vuota, raccoglie in sé una pletora di significati impliciti: lo spinello, l’alcool, la ragazza o il ragazzo, la musica, il tutto concentrato in un unico ambiente di riferimento che è il pub (possibilmente alla moda). Gli propongo allora una metafora interpretativa di questa situazione esistenziale: l’”uscire” è per gli adolescenti una sorta di rituale, centrato di volta in volta attorno a feticci, dalle forme variabili ma piuttosto prevedibili e limitate, attorno a cui radunarsi come in cerca di una protezione; questi feticci – dal genere musicale (esco solo con quelli che amano la mia musica) al pub (esco solo con quelli che amano quel genere di locale) – assorbono le insicurezze esistenziali degli individui come un punto di fuga centrale che distoglie dall’interesse per gli altri membri del gruppo. Si adora qualcosa insieme senza curarsi di chi siano veramente gli altri fedeli, accontentandosi del fatto che anche loro ruotano attorno allo stesso idolo.
Nelle relazioni di F. mancano dunque sia le Persone che i feticci, poiché la sua consapevolezza (che non trova espressione ma è vissuta come disagio e sofferenza) lo ha estraniato dal rituale adolescenziale proiettandolo nella vita, ma senza compagnia.

Da una sua osservazione la nostra attenzione si sposta successivamente sul suo rapporto col lavoro. Fin dalla prima seduta è emersa la sua totale adesione emotiva e razionale con la professione prescelta, di educatore. È evidente il suo desiderio di emendare il proprio passato di sofferenze aiutando i ragazzi in difficoltà; questo rapporto col proprio passato  riempie di senso autentico la scelta professionale di F., che è vissuta con la naturale sicurezza di chi si riconosce in quello che fa.
Dopo una lunga chiacchierata sul senso del lavoro, abbiamo la sensazione che il cammino compiuto in queste sedute abbia prodotto un notevole passo avanti nel processo di consapevolezza di cui egli aveva bisogno. Quello che adesso serve è che F. raccolga le idee sulla differenza tra il prima e il dopo la Consulenza, e ne tragga osservazioni chiare e precise su di sé. Anche alcune considerazioni sulla cultura non colgono F. impreparato e indifeso, ma consapevole della sua posizione e delle sue esigenze. La ricerca di relazioni più ricche spiritualmente non va però condotta come ha fatto finora, sulla base di una decisione razionale, ma semplicemente aprendosi alla possibilità di nuove scoperte umane. Ma qui ne va della realtà dei tempi, e implica una profonda attenzione al tessuto ambientale in cui egli vive, proprio quel tessuto da cui egli vuole liberarsi cercando in altri ambienti e rapporti umani il senso della sua vita.

Gli ultimi due incontri sono dedicati al consolidamento della consapevolezza di sé. F. ha acquisito una nuova coscienza degli strumenti necessari alla costruzione del proprio percorso, che sono: comprendere e assumersi la responsabilità dei valori che gli appartengono. F., come tutti i giovani, proietta tali valori nelle cose, vivendo nell’attesa che siano queste a “realizzarsi”, a proporsi come opportunità. In realtà, ciò di cui egli deve preoccuparsi è la propria maturazione interiore, l’unica condizione che può riempire di senso le occasioni della vita. L’attesa è l’atteggiamento irriflesso e condizionato che sorge dall’inconsapevolezza di sé. La consapevolezza, invece, determina un atteggiamento costruttivo legato alla realtà, al fare quotidiano e alla cura di sé, che predispone a diventare padroni della propria forza interiore, dei propri valori. Il dominio consapevole dei propri valori deriva dalla conoscenza del senso della propria vita, dal ripercorrimento razionale e lungimirante delle tappe che hanno segnato la propria storia. Sapere di sé significa riconoscere il senso delle proprie esperienze, dando ad esse una collocazione nel quadro della propria personalità. Le esperienze autentiche, dolorose o felici, hanno sempre un valore aggiunto che consiste nell’arricchire l’anima di risorse emotive e spirituali. Ma queste risorse vanno conosciute; di esse occorre saper DIRE.
La consapevolezza, tuttavia, non è una qualità astratta. Essa va coltivata attraverso l’educazione della parola e delle emozioni, poiché solo nella parola e nell’espressione delle proprie emozioni essa può manifestarsi. La consapevolezza di sé trova sempre espressione nella vita pratica, attraverso un agire mirato nella giusta direzione. Saper DIRE di sé e saper riconoscere i contenuti della propria interiorità sono le due vie maestre dell’educazione spirituale.
F. deve trovare la possibilità di concretizzare questo percorso con l’opportuno esercizio, nel senso filosofico del termine. Ritengo che la MUSICA possa essere il mezzo migliore per coltivare quell’autocontrollo di cui egli ha bisogno per entrare in un rapporto costruttivo con la propria anima. Il “fare musica” è una “Therapia” che può favorire l’incontro con se stessi.

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