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Al Caffè. Il regno dei fini.

19/04/2010

Con aprile, il CaffèPhilo pinerolese si avvia alla sua conclusione annuale. Dopo quattordici incontri serrati ed intensi, vale la pena misurarsi ora sul terreno più filosofico che ci sia, con buona pace per la nostra modestia: il senso della vita.
In realtà, il tema, di difficile formulazione, verte attorno a un’alternativa secca: “è meglio essere morali o Oltreuomini (Ubermenschen)?”, ovvero: ha ragione Kant o Nietzsche?

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza» [Kant, Critica della ragion pratica].

«Tutto ciò di cui abbiamo bisogno e che allo stato presente delle singole scienze può esserci veramente dato, è una chimica delle idee e dei sentimenti morali, religiosi ed estetici, come pure di tutte quelle emozioni che sperimentiamo in noi stessi nel grande e piccolo commercio della cultura e della società, e persino nella solitudine: ma che avverrebbe, se questa chimica concludesse col risultato che anche in questo campo i colori più magnifici si ottengono da materiali bassi e persino spregiati? Avranno voglia, molti, di seguire tali indagini? L’umanità ama scacciare dalla mente i dubbi sull’origine e i principi: non si deve forse essere quasi disumanizzati per sentire in sé l’inclinazione opposta?» [Nietzsche, Umano, troppo umano]

La discussione appare subito segnata dal forte impatto emotivo del testo kantiano. Come si fa, in tutta franchezza, a non sentire una profonda venerazione di fronte all’altezza di tali contenuti? La natura formale della legge morale kantiana riesce davvero a soffocare le ombre dell’appartenenza e dell’individuazione che segnano attorno a ciascuno di noi i limiti della tolleranza reciproca. Credenti o meno che siamo, non possiamo non dirci kantiani. Diverso per Nietzsche.
Non che oggi sia difficile accettare lo scetticismo etico del grande “martellatore”, ci mancherebbe. Più semplicemente, o più drammaticamente, il suo detto chiude la bocca. Diamo tutti per scontato che il “buono” in sé, e non parliamo della giustizia, non esista, ma che si viva immersi in un brodo “naturale” dei cui ingredienti è bello tacere. Ma appunto: detto questo, cosa rimane da dire? Il cielo stellato di Kant è una formula universale, ma proprio per questo è capace di suscitare in ciascuno sentimenti molto diversi: dall’ammirazione alla gratitudine, sgomento o esaltazione. La chimica dei sentimenti invece ha il pregio dell’oggettività, ma l’oggettività non rende liberi. Almeno: essa libera da, ma non ci fa liberi di….. Libera dai pregiudizi e dalle sovrastrutture emotive, ma ci toglie la libertà di creare percorsi di vita alternativi. Eterno dilemma.
Domanda: è pensabile un’etica del “superuomo”? Dopo la “morte di Dio”, a chi spetta l’onere della legge morale? Forse, per rispondere, è necessario ripulire il concetto di moralità dalle incrostazioni sentimentali che immancabilmente lo sovrastano. Il “sentimento” del giusto conduce alla passività dell’attesa: “ci si aspetta” che la realtà – l’altro da me – risponda ai miei bisogni, a prescindere; che la sua condotta sia inscrivibile in un modello, per quanto elastici noi possiamo essere. Il sentimentalismo si arrende troppo presto alla forza delle cose, tramutandosi in disincanto e velenosità. Ma l’alternativa qual è?
Non pensare alla moralità in termini di finalità? Che l’agire morale debba essere indirizzato a un fine non è forse un’idea tipica di ogni confessione religiosa?  In altri termini: se Nietzsche ci insegna che i principi della morale non sono universali ma strumentali, se cioè togliamo i principi dall’agire etico, ovvero ogni idea di finalità trascendente, probabilmente rimarremo con la nostra finitudine di esseri imperfetti, che non devono rispondere che a se stessi. E questo certamente è il contrario del sublime. È Umano, troppo umano.

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2 commenti leave one →
  1. giulio permalink
    26/04/2010 20:57

    mi pongo il problema della citata “oggettività”, definita in relazione alla -chimica- nietszchiana.
    il pensiero dell’oggettivita’ statica, che mette a tacere, inequivocabile ed inamovibile, liberando da falsita’ emotivamente sovralimentate e romanticamente costruite per appagare il bisogno di “destino”, di sistema magico e fantasmatico includente l’uomo e le sue passioni, mi appare incompleto.
    cio’ che trasforma la tesi di nietzsche in strumento insostituibile nel lavorare ad un’onestà (fine del pensatore e del filosofo?) e’ la possibilita’ dell’interrompere la quiete contemplativa (stasi?) sostituendola con un -incantevole- cammino, senza fine, di estasiante disincanto, attraverso processi di de-costruzione infiniti e costanti, volti al raggiungimento ipotetico di un deserto dal quale ogni simulazione di complessita’ sia stata eliminata, ogni menzogna estirpata ed ogni formulazione di comodo decapitata: un VERO deserto, preferibile ad ogni altra dimensione.
    mi pare quindi limitante definire l’oggettivita’ come morte della morale e statico monolite, sento piu’ accorto il definirla come sistema evolutivo alternativo vasto ed ipoteticamente completo, DENTRO al quale trova posto e -deve- nascere una nuova procedura morale, aumentata ed arricchita dalla rinuncia.
    essa sarà volta al pungolare l’uomo, combattendo il male sommo dell’inerzia, per vincolarlo (e non piu’ condannarlo) costantemente alll’imprescindibile critica.
    nulla, a mio avviso, ci avvicina alla libertà più di questo cammino i cui passi, mossi da una volonta’ finalmente morta e rinata genuina, gravitano singolarmente su terreno decostruito e ricostruito dopo aver sottratto, mantenendo soltanto cio’ che piu’ si avvicina al non esser menzogna.
    costringendoci ad una riduzione di ogni atto, obiettivo, punto focale e pensiero sino ai matematici minimi termini, si restituisce la giusta dignita’ al percorso etico di arricchimento in vita, della vita, dalla vita, non piu’ per accumulo ma per sottrazione.

    con la massima umiltà ringrazio lei e tutti i partecipanti per l’avermi accolto a questi incontri, da lei condotti con grande sensibilità, impegno e partecipazione.

    attendendo il prossimo caffe’, saluto.

    • mauriziochatel permalink*
      28/04/2010 14:52

      Concordo, tuttavia … Nietzsche stesso mette in guardia dal voler andare troppo in profondità, troppo verso la pulizia di ogni maschera, perché la visione dell’abisso non è tollerabile neanche per un filosofo. Quello che io intendo per “libertà di” è un di più di creatività che ci permetta di ideare scenari autenticamente umani, non certamente di sottostare a ciò che è dato (tu dici statico). Il pensiero scientifico non è vero pensiero, perché circoscrive la creatività in recinti che inevitabilmente l’uomo tende a trasformare in dogmi. Anche la verità è un dogma. E’ proprio di questo che vorrei parlare la prossima volta.
      PS
      Non devi assolutamente più scrivermi che “non sei all’altezza” delle nostre discussioni: sai benissimo che non è vero. Quindi coraggio: non aspettiamo altro. Arrivederci.

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