Skip to content

Non siamo ranocchi pensanti.

03/05/2010

Non siamo ranocchi pensanti, apparecchi per obiettivare e registrare, dai visceri congelati, – noi dobbiamo generare costantemente i nostri pensieri dal nostro dolore e maternalmente provvederli di tutto quel che abbiamo in noi di sangue, cuore, fuoco, appetiti, passione, tormento, coscienza, destino fatalità. Vivere – vuol dire per noi trasformare costantemente in luce e fiamma tutto quel che siamo, nonché tutto quel che ci riguarda: non possiamo affatto agire diversamente. [F: Nietzsche, La gaia scienza]

È stato detto, nell’ultimo incontro, che “ora siamo nelle condizioni di scegliere una condotta etica che derivi esclusivamente dalla nostra responsabilità, e che non sia più condizionata da sistemi mitologici alienanti” (cito a memoria). Immagino che il nostro interlocutore intendesse affermare la raggiunta autonomia della coscienza da ogni falsa concezione metafisica e spiritualistica, rendendoci consapevoli di ciò che siamo: nulla più che sistemi viventi complessi, frutto dell’evoluzione naturale e casuale. Il cosiddetto “regno dei fini” non sarebbe dunque necessario per giustificare la condotta morale: l’evoluzione del pensiero lo ha condotto a una tale complessità che ora esso è in grado di “pensare se stesso”, e quindi di agire su se stesso controllando la stessa evoluzione. Ma evoluzione verso che cosa? Se siamo diventati noi – dopo la morte di Dio – i creatori del nostro destino, qual è la meta verso cui dobbiamo dirigere le nostre scelte? È possibile immaginare un’esistenza umana che “scelga” in tutta responsabilità di andare …  non si sa dove? A cosa servirebbe a quel punto pensare? Non stiamo in qualche modo giustificando, con questi assunti, il radicale silenzio etico del post-capitalismo puramente accumulativo in cui siamo immersi? La politica dunque non ha più niente da dire? Ma se la politica deve ancora tenere le redini del vivere comune, quale obbiettivo può proporci, senza un’idea di finalità?
E ancora. La finalità dell’esistente-umano può ridursi a una condizione standardizzata di “felicità garantita per legge”, come scrive Eugenio Borgna, «una condizione emozionale gaia e indifferente al dolore nella quale non si abbia più nulla a che fare con l’ansia e la tristezza, con gli stati d’animo che nascano dalle contraddizioni e dalle ferite della vita: con la fatica del vivere che ci fa pensare e ci mette in relazione con la sofferenza degli altri-da-noi e con la nostra sofferenza»?
Il problema è filosofico ma non solo. Si tratta comunque di avere un progetto circa la natura umana. Il pensiero pre-filosofico non era progettuale: mortalità e immortalità si distinguevano per un destino che assegnava all’uomo in quanto tale una condizione di inferiorità ontologica, fondata sulla preclusione alla vera felicità (quella degli dei, che non conoscono dolore e morte). La filosofia ha donato all’uomo la capacità di progettare una vita felice, introiettando nella natura umana il dualismo pagano: l’immortalità divenne così una possibilità, un modo d’essere dell’esistente umano in quanto scisso tra natura e spirito. Essere immortali divenne una possibilità, il fine supremo dipendente da un razionale progetto di vita. Ma questa non era vera conciliazione: l’immortalità dell’anima andava a tutto scapito del corpo, della natura. Il pensiero moderno ha nietzscheanamente capovolto il mondo: il progetto è diventato quello di una felicità possibile in questo mondo, riportando così l’umanità a uno stato mitologico per il quale una vita degna di questo nome è una vita priva di dolore e della paura della morte. Ma poiché ciò si è rivelato illusorio, il positivismo ha predisposto un apparato tecnico che supplisca al degrado biologico dell’essere vivente: l’industria culturale (Adorno) e, là dove non è sufficiente l’energia psichica, gli psicofarmaci.
Quello dell’abuso di psicofarmaci è il vero problema etico dei nostri tempi; non per una banale questione moralistica, ma per la connotazione filosofica che lo caratterizza. La neuroscienza rappresenta, a tutti gli effetti, l’ultima grande ipotesi razionalistica circa la natura umana. Essa si fonda, infatti, su un postulato ideologico: la mente (ciò che anticamente veniva chiamata anima) non esiste, è un puro flatus voci, quella che la logica definisce una classe vuota. Il cosiddetto pensiero non è nient’altro che l’effetto di un’attività neurologica, che è possibile dominare con l’ausilio della tecnica farmacologica. La felicità e il dolore non sono nient’altro che stati della materia, e come tali possono essere indotti o sedati con opportuni accorgimenti. Le categorie che ancora Nietzsche poneva a fondamento dell’umano, “appetiti, passione, tormento, coscienza”, sono riducibili a molecole la cui attività è oggi del tutto alla nostra portata operativa. La sofferenza morale è un semplice disturbo, una malattia che la scienza può debellare, fornendoci una felicità del tutto artificiale ma garantita. La sofferenza morale quindi non ha senso; e la felicità stessa ha lo stesso senso di un semplice meccanismo ormonale funzionante.

A queste condizioni, essere felici è ancora una scelta? Può un organismo decidersi per la felicità? E senza una decisione, può esserci vera felicità?

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: