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Ou sont les Utopies d’antan?

29/09/2010

I mesi estivi che ci hanno separati dall’ultimo incontro non sono stati di gran conforto per lo spirito. Che la politica non sia più la “nostra casa” è ormai una constatazione a cui ci siamo assuefatti, pur rimanendo nel mio dna sessantottino la pulsione alla partecipazione e allo sdegno verso le vicende nobili e ignobili della cosa pubblica. Ma il problema è: che cosa c’è di politico in ciò che sta succedendo nel nostro sventurato Paese? Attenzione: non ho alcune intenzione di alzare geremiadi contro questo o quel personaggio pubblico che la sorte ci ha assegnato, non è questo il luogo. Ben più seriamente, mi sto chiedendo che fine ha fatto la nostra collettiva percezione del futuro, perché gran parte del vivere politico è fatta soprattutto di questo. L’Italia risponde allo sfacelo presente con un carpe diem demenziale, avvedendosi con rabbia e frustrazione che da carpire è rimasto ben poco. Con conseguenze che temo devastanti.

Dunque fuggiamo dal futuro. E questo inceppa la politica come partecipazione. Ma come si costruisce il futuro in politica? Piaccia o non piaccia, la risposta non può essere che una: con le idee. Cioè con un pizzico di filosofia. La filosofia ha fornito, in tutti i tempi, il linguaggio di programmazione per trascendere il contingente, per costruire progetti di felicità. Noi chiamiamo questi algoritmi verbali “Utopie” e non ci rendiamo conto che senza di essi sarebbe mancata la linfa che nutre le ragioni stesse della convivenza. La Repubblica di Platone o il De civitate Dei di Agostino possono non piacere, ma in essi gettano radici profonde le esperienze fondamentali dell’Occidente, a cominciare dall’idea che la politica dev’essere guidata da uno scopo che non può ridursi all’ingrassarci come porci. La tendenza umana, troppo umana, a realizzare il paradiso in terra (altra utopia di cui i filosofi sono responsabili), ha generato tuttavia lacrime e sangue a tal punto da indurre a disperare degli stessi sogni, diminuendo così la nostra umanità. Pretendere di realizzare l’utopia è il peccato originale della nostra storia, che oggi paghiamo con la paralisi dell’immaginazione.

Difettiamo dunque di utopia, non senza ragioni. Ma è proprio così? La prima domanda che mi viene rivolta è: siamo proprio sicuri che la storia delle utopie (vedi la bibliografia in calce) non presenti, nei due millenni e mezzo della nostra civiltà, periodi altrettanto infecondi? E se l’utopia filosofica è un progetto etico steso in forma narrativa, non saranno state crisi etiche altrettanto profonde della nostra a generare il bisogno di “andare oltre”? Se così fosse, allora è “fisiologico” attendersi che, nel momento più impensato, possa sorgere l’utopia dei nostri tempi. È bene allora chiarire un punto: l’urgenza del mio domandare non nasce dal silenzio dei filosofi, ma da quello dei popoli. Usando una metafora, potrei dire che non è tanto l’offerta che scarseggia, quanto la domanda. Cosa che mi pare più grave.

Obiezione. Oggi la domanda di felicità si esprime attraverso forme che la storia ha già conosciuto ma che per noi hanno il sapore della diversità, e ci causano non poco disagio. Dalla meditazione alle dottrine orientali più o meno involgarite fino alle pratiche filosofiche ormai molto diffuse, l’anelito alla felicità non appare più come impegno di emancipazione collettiva ma come una introvertita ricerca di sé. La cura di sé come grimaldello per migliorare le nostre relazioni con gli altri. Ma con quale progetto esistenziale? Una volta ricostituita la mia autenticità, come usare di me stesso con gli altri?

Ma gli altri “chi”? Il “neocapitalismo” sta eliminando il lavoro, o meglio: sta trasferendo il lavoro produttivo dalla sua terra d’elezione, l’Occidente, là dove esso non esisteva: l’ex Terzo mondo. Siamo una società di atomi privati della loro identità di classe e di ceto, se non ai due estremi della scala sociale, i troppo ricchi e i troppo poveri. La “massa” è oggi una massa di uguali la cui occupazione principale non è più lo stare alle dipendenze di qualcuno, ma occupare il tempo libero. Un tempo disseminato tra intervalli di lavoro che si fanno sempre più brevi e intervalli di otium che si fanno sempre più lunghi. In queste condizioni, e sotto il condizionamento del consumismo, anelare alla felicità non ha quasi più senso, se non nel segreto di una disperazione che coviamo come una malattia vergognosa.

L’Utopia nel suo senso classico non può trovare terreno fecondo dove manca l’immagine collettiva di ciò che è bene e male. Lo “star bene” e lo “star male” sono scivolati dal piano materiale a quello psicologico, poiché uno “star bene” essenziale è più o meno garantito a tutti (noi occidentali), e  lo “star male” appartiene alla sfera delle sensazioni indicibili, alla cura del mentale e del sentimentale. Roba che non si può condividere. Ma lo scenario dell’Utopia è necessariamente la collettività? E che senso ha parlare di un’Utopia al singolare (o dei singoli)?

Piccola bibliografia filosofica:
Platone: Politeia (la repubblica)
Agostino: De civitate Dei
Gioacchino da Fiore: Concordia Veteris et Novi Testamenti
Thomas More: Utopia
Bacone: Nuova Atlantide
Campanella: Città del Sole
Cyrano de Bergerac: Etats et empire de la Lune e du Soleil
Fénelon: Voyages de Télémaque
Goethe: Wilhelm Meister
Fourier: Teoria dei quattro movimenti
Owen: New Lanark
Marx: Il manifesto del partito comunista
A. Huxley: Il mondo nuovo
G. Orwell: 1984

Continua

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