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Un AperiPhilo a Torino

07/10/2010

    E così i Caffè Philo di Torino sono tre. Accanto al gruppo del Circolo dei lettori coordinato dall’amico Guido Brivio, e all’HappyPhilo di Stefania Bernabeo, da ieri alle Officine Bohemien si ritrovano, tutti i mercoledì alle 19, i soci di Phronesis per gestire un nuovo gruppo di discussione. Ho cominciato io, solo per il fatto di essermi preso la briga di organizzare l’evento, ma dalla prossima settimana passerò il testimone a Luca Borrione, in alternanza quindicinale.

    L’argomento scelto non è nuovo: compare già in queste pagine ma con tutte le differenze che la diversa situazione comporta. Vediamo dunque cosa è stato detto di diverso. La provocazione di Zoja assume la “morte di Dio” come un dato di fatto, una costante del costume della nostra civiltà. Forse non a torto. Ma comunque la si metta, anche questo enunciato è diventato un luogo comune che la filosofia ha il dovere di esplorare. Se dunque il pensiero di oggi associa alla “morte di Dio”, a qualcosa cioè che è tutto da verificare, anche la solitudine dell’uomo contemporaneo, allora il compito che ci attende è quello di sottoporre anche questo concetto – il prossimo – a un ri-pensamento. Chi è “prossimo”? Cos’è “prossimità”?

    Certamente, il costrutto “colui che è più vicino” – tale è la radice latina del termine proximus – reca in sé una forte carica di ambiguità. L’espressione “ama il tuo prossimo” – la più comune delle interpretazioni occidentali del termine – non ci spiega ancora a chi debba essere rivolto questo bene di cui si parla. La prossimità include la sfera intima di chi è “a mia portata”, o quella pubblica di chi è “simile a me”? I nostri tempi, tempi senza Dio, ci hanno abituati a considerare il prossimo sotto l’aspetto della appartenenza, quindi sotto il grande “ombrello” della socialità, che ha sostituito quello antico della fede. L’imperativo categorico di oggi pare essere quello di accettare l’altro da me in quanto simile sotto l’aspetto della natura umana. Ma questo significa amarlo? Così facendo, non vanifichiamo per puro velleitarismo la possibilità più autentica del nostro essere, che è essere-con? Che cosa possiamo dare di autentico “a tutti”? Non rischiamo forse, così intendendo, di proiettare sugli altri qualche nostro bisogno egoistico? Dunque il concetto di prossimità dev’essere ripulito dal suo primo, inespresso, connotato: quello di proiezione. Connotato che è stato creato in un ambito culturale ben riconoscibile: quello cristiano occidentale. “L’amore per il prossimo” di cui si dice implica infatti un processo di appropriazione dell’altro, un “fare mio prossimo” colui che prossimo non è, sulla base di una pulsione del tutto personale, che non interroga veramente la disponibilità dell’altro. Si proietta così sull’altro un’immagine di prossimità che non è il frutto di un accordo. Senza contare il fatto che religione non implica aggregazione, sia sotto l’aspetto proprio dell’umana religiosità, che interpella sempre l’individuo nella sua intimità, che in quello antropologico del fenomeno religioso, che porta a distinguere (per fedi) più che a unire.

    Abbiamo dunque attuato, filosoficamente, una rivisitazione del concetto di prossimità, individuandone i sensi che la nostra particolare identità culturale vi ha aggiunto: l’appropriazione proiettiva dell’altro nell’ambito delle nostre personali “buone intenzioni, e il luogo comune che assegna al concetto di prossimo una valenza religiosa. Ma spogliato di tale valenza, il concetto di prossimità non perde il suo valore morale? È necessario quindi interrogarsi sul legame tra prossimità ed etica. La prossimità appartiene all’ambito di ciò che è etico, o è la prossimità che definisce ciò che è etico? Pare, per buoni motivi, che la seconda possibilità sia quella più corretta. L’essere gli uni per gli altri, l’inter-esse umano non può che essere il fondamento trascendentale, la condizione di possibilità, di ogni eticità. Non si dà ethos senza un reciproco riconoscimento. La prossimità è ontologica, l’etica è pratica. Ma la prossimità ha un fondamento? C’è qualcosa di ancora più essenziale, diciamo di più “umano”, alla base del bisogno di prossimità? E se questo bisogno fosse la felicità?

Continua…

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3 commenti leave one →
  1. 07/10/2010 10:08

    Complimenti: una bella iniziativa; mi fa piacere che il gruppo di Phronesis piemontese sia così attivo e vivace. Se abitassi un po’ più vicino non mi perderei un appuntamento!

  2. mauriziochatel permalink*
    07/10/2010 10:13

    Già…. sarebbe bello! Grazie, presidente.

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  1. La morte del prossimo – Parte II « Un caffè filosofico

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