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Utopie II parte

18/10/2010

continua.

    Ma che cos’è “utopia”? Il paradiso cristiano o il nirvana buddista sono “utopie”? E il comunismo di cui parla il Manifesto marxiano, così come la repubblica giacobina, appartengono a questa categoria? Probabilmente, nell’accezione pura e semplice del termine, “utopia” è qualcosa che appartiene al regno della speculazione filosofica, mentre diverso è il caso di quelle entità che rientrano nell’ambito del possibile, sia per un atto di fede che di volontà politica.

    Tuttavia le alternative possibili non si esauriscono nell’opposizione tra il puramente speculativo e il possibile; vi è anche la divaricazione tra ciò che appare come una via (Tao), o un processo, e ciò che dato una volta per tutte. Esempio: la differenza tra il motto evangelico “ama il tuo prossimo come te stesso” e la Città di Dio di agostiniana memoria. Differenza che impegna, nel primo caso, un cammino di perfezionamento indefinito ma non per questo non misurabile nel suo progredire, mentre nel secondo uno “stato di cose” definito all’interno di una dogmatica. In altre parole: è utopico ciò che mi impegna, anche senza la speranza del suo compimento perfetto, o ciò che è, anche a prescindere dalla mia intima adesione? E ancora: è utopico ciò che è irrealizzabile, o ciò che, nato come progetto, non si è realizzato?

    Tutte domande che la filosofia formulerebbe nel modo seguente: l’utopia è in essenza o in esistenza? Appartiene cioè al “regno delle idee” o a quello “dei fatti”? Leggiamo, al proposito, alcune autorevoli opinioni in merito:

«Platone nel Menone criticava la democrazia come prodotto casuale delle opinioni di cittadini che non sapevano quello che facevano, e accennava soltanto all’ipotesi di un politico dotato di scienza, capace di formare altri politici. Questa ipotesi viene esplorata, con radicalità, nella Repubblica. Leggere Platone può essere utile per interrogarci sul modo in cui conciliare l’autorità della scienza, la libertà della ricerca e la coercizione della politica. La tesi centrale della Repubblica è la subordinazione della politica alla filosofia. Platone tenta di produrre una legittimazione del potere fondata sull’autorità della conoscenza, e sulla base di questa legittimazione presenta il suo progetto politico. Chi vuole contestare questo progetto può seguire la via difficile di prendere le mosse dalla filosofia, riconoscendo, quindi, l’autorità della conoscenza come fonte di legittimazione politica, oppure può scegliere la via, più facile, di attaccarlo esclusivamente in ambito politico, come hanno fatto molti pensatori della guerra fredda. Ma se la filosofia e la politica sono su due piani radicalmente differenti, e se la prima non ha giurisdizione sulla seconda, allora le istituzioni politiche devono essere pensate come espressione di poteri e di opinioni non formalizzabili e non legittimabili teoreticamente. Questi poteri e queste opinioni possono anche essere – o essere state – “umanitarie” e democratiche, ma, se sono indipendenti dalla teoria, sono o sono state tali solo per un felice accidente della storia, e non in virtù della loro struttura e delle loro giustificazione.» [Maria Chiara Pievatolo, Storia della filosofia politica
Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa]

«L’utopia storica è il nuovo senso e la nuova realtà di questa categoria così duramente, e anche banalmente, discussa e osteggiata; rispetto al vecchio e ancor sempre dominante senso dell’utopia letteraria (o filosofico-letteraria). È il progetto dell’umanità per la sua liberazione, la sua redenzione terrena; e il processo liberatorio; rispetto al progetto degli autori. Che sia Platone con la sua Politeia, o l’Utopia di Thomas More, o La città del sole di Campanella, o qualunque altro degl’innumerevoli progetti di società che, specie lungo l’evo moderno, si sono moltiplicati.

Un progetto non astratto, non mentale, non soltanto pensato ed escogitato da un autore, espresso in uno scritto, in un libro; ma elaborato da un movimento di popolo, magari complesso, come può essere il messianismo ebraico, che in certo modo s’identifica con la storia stessa dell’Israele antico, ma si esprime soprattutto nella predicazione profetica che dalla metà del ‘700 a.C. si estende fino all’età alessandrina. E però i movimenti di popolo sono sempre complessi; anche quando durano pochi mesi, come la Guerra contadina del 1524-25, che porta con sé il progetto di una nuova società libera dall’oppressione aristocratica, e lo esprime in modo molteplice; e nasce dalla lettura e predicazione della Bibbia apportata dalla Riforma.

Un progetto che è insieme processo, per la sua stessa natura, perché nasce in un movimento, in una tensione e azione liberatrice. E che diventa segnatamente processo di liberazione con la modernità, nell’età delle rivoluzioni e del movimento operaio, del trasformarsi della condizione popolare lungo la lotta che quel movimento ha condotto per oltre un secolo; quindi nella nuova condizione mentale, e nuova sensibilità e capacità di valutazione e di azione della gente. Diventa la costruzione di una società di giustizia; in corso, in atto da quella rivoluzione in poi, lungo gli ultimi tre secoli. Un punto chiave, che riprenderò subito.» [Arrigo Colombo, Università di Lecce]

 

    La domanda stessa: dove sono finite le Utopie, fondata sull’ipotesi che la nostra società sia incapace di immaginazione politica, si scontra tuttavia contro un fenomeno da non sottovalutare: esistono oggi utopie realizzate, ad esempio lo Stato teocratico iraniano, che ci costringono a una costante operazione di decostruzione dell’utopia, per la salvaguardia dei nostri valori. Abbandonare la ricerca di una felicità ideale è forse una risposta al nostro tempo, devastato da imponenti progetti di felicità collettiva. Come scriveva Paul Claudel: «chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno.» Ma esistono anche utopie a cui manca solamente la forza speculativa: l’ideale ambientalista si presenta oggi nella forma di un’esigenza parcellizzata e confusa, priva di una costruzione ideale coerente, ma tuttavia capace di impegnare le nuove generazioni in una prassi embrionale e diffusa. E allora: non sono i sogni che ci mancano, ma è la filosofia, ovvero la capacità di concettualizzare. Come dire: manca un’efficace educazione al pensiero.

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