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La morte del prossimo – Parte II

24/10/2010

… continua   

 Ogni Caffè Philo (archetipo generale sotto di cui si colloca anche l’AperiPhilo delle Officine) ha una sua fisionomia, che dipende dalla fisionomia del gruppo che lo anima. Finora la mia esperienza era quella di coordinatore di gruppi piuttosto stabili, composti da persone abituate a fissare l’evento filosofico nella propria agenda con perseveranza e continuità. Al contrario ora mi trovo di fronte a eventi fluidi, con fisionomie nuove di settimana in settimana, che imprimono alla discussione ritmi sincopati e variabili. L’ultimo incontro, per esempio, si è arricchito della presenza di un bel nucleo di studenti, che hanno portato un contributo certamente più dinamico, in termini di reattività, ma anche meno controllabile. Il risultato non è facile da sintetizzare, ed è giocoforza che mi limiti ad elencare la magmatica sequenzialità dei problemi che abbiamo toccato.

    Eravamo rimasti all’ipotesi che la prossimità, come condizione dell’etica, abbia a sua volta bisogno di un ulteriore fondamento, che molto semplicisticamente io identificavo nel bisogno di felicità. Ma che cos’è felicità? Pare che la risposta richieda un altro passo indietro, ancora una volta più fondativo: è la morte di Dio in quanto tale, come “buco nero” della nostra storia, che ci interroga sul senso dell’etica, della prossimità e anche della felicità. Giriamo in tondo, in una sorta di circolo ermeneutico esistenziale, da cui non sembra possibile uscire senza interrogarsi sul senso di un enunciato, quello nietzscheano, che ha preteso di cancellare l’assoluto dal nostro immaginario, condannandoci a una ricerca di senso “infinita” perché senza sbocchi.

    Ma è proprio indispensabile ricorrere alla trascendenza per trovare il Fondamento? Non siamo forse noi – occidentali figli dell’illuminismo – ormai consapevoli della possibilità di determinare i valori sulla base naturale della convivenza e della tolleranza? Non può, in altre parole, essere sufficiente una religione civile che prescinda da ogni ricorso alla trascendenza? Obiezione: la nostra religione civile – e automaticamente pensiamo alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo – non è anch’essa frutto della storia, ovvero evento determinato da forti condizionamenti sociali? La Costituzione americana sancisce la separazione tra i diritti della collettività, che sono neutri ma non esaustivi, da quelli della persona, che invece possono investire valori più ampi. Lo Stato non può imporre nessuna fede, ma il credo religioso non è escluso dalla personale ricerca della felicità. La religione civile quindi definisce le condizioni minime, non quelle universali, per la costruzione dell’etica (e della felicità). Il problema dunque ritorna: se l’illuminismo non basta a definire la piena felicità, e se il venir meno del trascendente ci ha tolto ogni punto di riferimento certo, dove la cerchiamo la felicità?

    Qualcosa però ci spiazza: Gaia ci racconta della sua esperienza in Brasile, della scoperta di un modo di vivere la fede (quello dei missionari) che è lontano anni luce dalla nostra “civile” percezione della morte di Dio. Ed è stata una scoperta, la sua, densa di felicità. Una parentesi di senso fortissima, un attimo di luce nel cosiddetto “tran tran della vita quotidiana”. Dunque “Dio non è morto”. Dunque la felicità esiste. Anche per chi, come lei, ha vissuto di riflesso l’esperienza di una condizione di totale prossimità. Ma questo riflesso l’ha illuminata. Chiediamoci però cos’è che ha reso possibile la sua esperienza. La mia impressione è che il missionario moderno (distinguiamo bene!) abbia assunto la capacità di incontrare l’altro perché questi gli appare si spoglio, “nudo” di ogni connotato di “civiltà”, ma questa nudità ha assunto un valore positivo e non più negativo. È l’uomo in sé che oggi ci appare nel povero del Terzo Mondo, l’uomo essenziale, con cui è possibile ristabilire un incontro autentico, una prossimità vera. Come dire che la modernità è l’origine dell’infelicità (Rousseau), della lontananza, della morte del prossimo. Ma possiamo “tornare indietro”? È possibile rinunciare all’idolatria del progresso?

    Come si può vedere, la discussione si è “liquefatta” in innumerevoli rivoli ciascuno dei quali è una domanda di senso. O, detto altrimenti, è come se stessimo pensando una cosa che è Una e Molteplice nello stesso tempo: prossimità, etica e felicità come partecipazione, come responsabilità. Forse, suggerisce qualcuno, la risposta unificante potrebbe essere “riportare la molteplicità all’unità panteistica della vita”. Panteismo, vita: ovvero sensazione (aisthesis = estetica). E se la felicità, come spinta alla prossimità, non fosse altro che l’appagamento del calore umano? La perdita della felicità non può essere perdita del bios? Ritrovare la felicità non è ritrovare le radici biologiche del nostro essere esseri-viventi?

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