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Il pregiudizio

01/11/2010

Un tema “di passaggio”, in attesa di misurarci sulla scommessa filosofica per eccellenza: riflettere sulla morte. È stata una serata diversa, vivace e intensa, piena di interrogativi: da dove nasce il pregiudizio? È superabile con un atto di volontà? Pregiudizio e “fastidio” sono la stessa cosa? Per una volta ho lasciato scorrere il dialogo fino al punto di catastrofe, senza prendere appunti e preoccuparmi dell’abituale relazione. Volevo vedere quando sarebbe emerso il nodo della questione: i pre-giudizi sono pregiudizi? E immancabilmente, esso è arrivato al pettine. Le parole in filosofia, si sa, sono pietre. Esse non perdonano, non si lasciano aggiustare secondo abitudini e convenienze. Gadamer insegna. Se la Vita è piena di pre-giudizi, è perché essi ci salvano dalla fatica di pensare, e questo non è sempre un male assoluto. Occorre poter vivere, almeno 9 volte su 10, senza doversi pre-occupare. I pre-giudizi sono anche cultura, conoscenza, saggezza, purché trattati con la dovuta cura. In rari casi, ma i più importanti, è invece necessario pensare, avvalersi cioè della facoltà di giudicare. È allora che il pre-giudizio diventa pregiudizio. Ma per non lasciarci “parlare dalle parole”, per essere cioè consapevoli delle nostre ragioni, è forse necessario cambiare l’etichetta che rende tanto ambiguo il termine in questione. Perché i pregiudizi, per dirla con Rorty, non sono altro che le nostre credenze, ovvero ciò che pensiamo in comune con tutti quelli che condividono il nostro orizzonte. E allora trattiamoli per quello che sono: pensieri “prêt-a-porter” di cui non siamo padroni, che non ci appartengono in quanto individui razionali ma in quanto membri di un clan, di una tribù (estesa quanto si vuole). Leggiamo quello che scrive Richard Rorty:

Fino a tempi molto recenti, per la maggioranza dei bianchi i neri non erano, salvo eccezioni, loro simili; né lo era, fino al Seicento, la maggioranza dei pagani per quella dei cristiani; e non lo erano gli ebrei per i nazisti; né lo è, ancora oggi, la maggior parte delle femmine per la maggior parte dei maschi nei paesi con un reddito medio annuo inferiore alle duemila sterline. Quando le rivalità tribali e nazionali diventano serie, chi appartiene a una tribù o nazione rivale non è più umano. Spiegare che dobbiamo rispetto agli agenti razionali, Kant finisce per dire che dovremmo estendere il rispetto che proviamo per la gente come noi a tutti i bipedi implumi; ora, questo è un ottimo suggerimento, una formula che va benissimo per laicizzare la dottrina cristiana della fratellanza umana, ma non ha mai trovato sostegno, né mai lo troverà, in argomenti basati su premesse neutrali. Se usciamo dalla cerchia della culture europea postilluministica, dalla cerchia di quelle persone relativamente tranquille e sicure che da duecento anni praticano la manipolazione reciproca dei sentimenti, scopriamo una maggioranza del tutto incapace di comprendere perché l’appartenenza a una specie biologica dovrebbe bastare per appartenere anche a una comunità morale; e non perché queste persone non siano sufficientemente razionali, ma – in genere – perché vivono in un mondo nel quale sarebbe troppo rischioso (e spesso pericoloso fino alla follia) permettere al senso della comunità morale di estendersi oltre la famiglia, il clan o la tribù.

Per fare in modo che i bianchi siano pù gentili coi neri, gli uomini con le donne, i serbi coi musulmani, i maschi coi gay, per aiutare la nostra specie a unirsi in una “comunità planetaria”, come dice Rabossi, dominata da una cultura dei diritti umani, non serve a niente dire, con Kant, “Non vedete che ciò che avete in comune, l’umanità, è più importante di queste volgari differenze?”, perché quelli che cercheremo di convincere ribatteranno di non vedere niente di simile. Queste persone sono moralmente indignate dal suggerimento di trattare chi non è loro parente come se fosse un fratello, un nero come se fosse un bianco, un “finocchio” come se fosse uno normale o un infedele come se fosse un credente; indignate dal suggerimento di trattare come esseri umani persone che non considerano tali. (…)

L’identità di queste persone che vorremmo convincere a unirsi alla nostra cultura eurocentrica dei diritti umani che vorremmo convincere a unirsi alla nostra cultura eurocentrica dei diritti umani è strettamente legata alla loro percezione di quello che non sono. In maggioranza gli esseri umani, e soprattutto quelli relativamente immuni dall’illuminismo europeo, non si considerano innanzitutto e soprattutto umani ma vedono se stessi, per cominciare, come esseri umani di un certo tipo buono, definito per opposizione esplicita a un altro tipo, particolarmente cattivo. Per il senso che hanno della propria identità la cosa cruciale è non essere infedeli, non essere omosessuali, non essere donne, non essere degli intoccabili; e quando cadono in miseria e le loro vite sono perennemente in pericolo il loro rispetto di sé ha ben poco su cui reggersi, a parte il non essere ciò che non sono. [R. Rorty, Diritti umani, razionalità e sentimento, in: Verità e progresso, Feltrinelli]

E se la disuguaglianza vera fosse solo quella tra chi ha e chi non ha?

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