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La morte del prossimo – Fine

07/11/2010

Il motto evangelico recita: “ama il prossimo tuo, come te stesso”. È su questo “come te stesso” che ora conviene soffermarsi. Che cosa significa “amare se stessi”? Chi è l'”altro-da-noi” che, in noi, dobbiamo amare? La dualità dell’amore implica, in questo caso, una dualità dell’Io? O del Sé? Io e Sé sono categorie “scontate” nella cultura del nostro tempo, e anche se il loro ambito è prevalentemente quello del discorso psicologico, non dobbiamo dimenticare che esse sorsero come pensiero filosofico parecchi secoli fa (almeno per quanto riguarda l’Io). Nella coppia Io-Sé, chi è l’osservatore e chi l’osservato? Presumibilmente, chi osserva dovrebbe essere colui che non muta, mentre l’osservato dovrebbe manifestare quella mutevolezza che è propria delle cose che appaiono, che diventano un problema. Qui le cose si complicano, perché se adottiamo il punto di vista psicologico, allora dobbiamo dire che il mutevole è nell’Io, nella personalità esterna e influenzabile del nostro essere-nel-mondo, e al Sé spetta la totalità sostanziale dell’esistenza; mentre, dal punto di vista filosofico, il rapporto si capovolge: l’Io diventa l’elemento trascendentale e a priori che ci fa tutti esseri pensanti (da Cartesio a Kant). In entrambi i casi, tuttavia, il problema è: chi osserva non può che essere la parte cosciente, o autocosciente, e questo ruolo non può che appartenere all’Io, per il semplice fatto che del Sé in quanto tale non sappiamo nulla. L’oscurità ci avvolge. Non possiamo che decidere qualcosa che razionalmente appare irrisolvibile: cercare ciò che non è noto, ciò che ancora non conosciamo, e quindi cercare il Sé. Ovvero, cercare qualcosa di noi che non sappiamo dove stia e cosa sia.

Proviamo ad affrontare la questione da un altro lato. “Ama il prossimo tuo come ami te stesso”. La struttura dell’enunciato ci suggerisce un’unica azione rivolta a due realtà distinte: amare. Qual è il senso di questo verbo? Che cos’è che rende comuni due azioni così distinte tra loro? È l’eros che è chiamato in causa in questo enunciato? L’amore come desiderio? Più probabilmente, ciò che è in gioco è una relazione di prossimità autentica, fondata sulla comunione e l’equilibrio reciproci: star bene con… E allora: cosa vuol dire star bene con se stessi? Innanzi tutto, questa possibilità sorge dall’esistenza di parti in noi divise che cercano l’equilibrio e la pace; in secondo luogo, la mancanza di equilibrio si fonda sul presupposto che almeno una delle due parti porti in sé un elemento perturbatore, quello che di noi non amiamo e che Jung definisce col termine di Ombra. Dunque, star bene con se stessi non può che derivare dallo star bene con – dall’amare – l’ombra che è in noi. Amare il peso più duro che la vita ci condanna a portare! Con molta faccia tosta mi permetto di citare me stesso (dalla mia tesi di abilitazione alla consulenza filosofica):

Il cammino verso il Bene è la discesa agli inferi che soggiacciono in noi, è il guardarci interamente per quello che siamo e fare di “questo sono io” la Prova della nostra vita. Lasciare che l’Ombra ci cammini accanto, osservarla come parte di noi, vedere in essa la nostra sofferenza e la nostra miseria, e provare pietà per quella sofferenza e quella miseria fino a farcene fratelli, fino a comprenderla interamente, fino a sapere che l’Ombra siamo noi. Lì c’è l’Unità, lì c’è l’amore.

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