Skip to content

« Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. »

26/11/2010

Il celebre aforisma di Wittgenstein ci introduce nella nuova riflessione: pensare la morte. Con la scelta di Wittgenstein non voglio però avvallare la ben nota tendenza dei nostri tempi a tacere sulla morte “come se niente fosse”, facendo di essa un tabù impronunciabile. Voglio, al contrario, sottolineare il carattere indicibile dell’Evento supremo di ogni esistenza proprio in quanto evento, attimo, confine. Ma andiamo con ordine, ricostruendo, come sempre, il filo del nostro comune ragionare.

Lo spunto è dato dal capolavoro di Vladimir Jankélévitch: “La morte”, proposto alla nostra attenzione dall’amico Paolo. Un testo né confessionale né laico, una meditazione esistenziale e fenomenologica sul senso dell’umano “venire a mancare”. Un testo che invita a esercitare al massimo grado l’epoché, quella sospensione del giudizio che fa sì che ci si possa collocare di fronte alle cose in se stesse come se fosse la prima volta, una prima volta tuttavia piena di consapevolezza. C’è un punto di partenza da cui cominciare a “pensare la morte”? Non è forse l’angoscia, in cui sempre abita ogni pensiero sulla morte, il bandolo di questa inestricabile matassa? Ma cos’è che angoscia? Il dolore della sofferenza mortale? Il nulla che attende colui che non crede? Il giudizio che attende colui che crede? Il non sapere cosa ci attende? È evidente che, wittgensteinianamente, la risposta è quell’indicibile che costringe al silenzio. La risposta a questa domanda è quell’unica risposta a cui l’umano vivente non potrà mai arrivare. Forse conviene arretrare la riflessione verso la radice stessa del senso dell’angoscia, verso quel “che cos’è” (ti estì) che connota ogni pensare filosofico: che cos’è l’angoscia?

Ma ancora: è proprio vero che “si muore una volta sola”? La scomparsa di una persona cara non è forse un passo anche verso la nostra morte? La presunta serenità dei vecchi verso la morte potrebbe derivare dall’essere essi già in un mondo che non c’è più, in un mondo spogliato dagli affetti che hanno fatto la loro vita, e quindi dall’essere già “morti” molte volte. La morte dell’altro (del Tu) è la morte dello sguardo che ci ha fatti quello che siamo, e quindi è la fine di una parte essenziale del nostro essere. Perché, dopo la “morte degli altri”, che non ci tocca, e prima della “mia” morte, c’è la tua morte, di te che mi sei vicino (Jankélévitch). Quel modo di essere del morire che più ci avvicina al senso della fine di tutte le cose. In tal senso, quindi, la morte, più che evento, non si presenta forse come processo? In tal caso, tuttavia, il senso della morte si stempera in un modo di sentire che si avvicina troppo alla rassegnazione: l’idea che, dal momento in cui si nasce si comincia già a morire, ci esime dalla tragicità della fine. Ma è proprio su questa tragicità che poggia, innanzi tutto e per lo più, il pensiero della morte. Una tragicità assoluta. Una tragicità angosciante. È evidente che non si può sfuggire alla domanda sull’angoscia. Perché da qualunque punto di vista si voglia “guardare alla morte”, l’imbuto delle ipotesi e della speculazione si restringe sempre lì, al momento culminante, all’evento indicibile, a ciò che davvero “non può non” angosciare. E dunque: che cos’è l’angoscia?

«Heidegger discorre a lungo intorno al fenomeno dell’angoscia, ritenendolo il più adatto a svelare l’essenza dell’uomo. L’esserci (uomo) è in maniera strutturale emotivamente aperto al mondo e ciò si rivela nei diversi stati d’animo, tra i quali assume particolare rilevanza proprio l’angoscia che, a differenza della paura, non si ha di fronte a qualcosa di determinato, bensì alla totale indeterminatezza, al nulla come totale assenza di significato del mondo stesso. L’uomo si ritrova ad esistere senza sapere donde viene e dove va, percepisce la sua esistenza come un puro essere-gettato nel mondo. Percezione del nulla e percezione della libertà si implicano vicendevolmente nell’angoscia, portando l’uomo alla fuga da sé, ad abdicare irresistibilmente alla propria responsabilità e libertà, a rifugiarsi nel mondo tranquillizzante dell’esistenza inautentica, del Si (man).

Ma per Heidegger il modo giusto di vivere, l’esistenza autentica va a coincidere con il vivere-per-la-morte: la vita può svolgersi entro un orizzonte autentico se e solo se le scelte dell’uomo sono rapportate alla sua stessa finitezza. Se le scelte fossero svolte entro un ambito di vita eterna, perderebbero di significato perché non comporterebbero alcuna assunzione di responsabilità, in quanto ogni evento e ogni scelta potrebbe essere ripetuta all’infinito, ogni strada potrebbe essere battuta, superando quel principio di esclusione (l’aut-aut kierkegaardiano) per cui una decisione comporta alcune conseguenze e non altre: una vera condanna all’eternità, nella quale ogni scelta risulterebbe indifferente e la vita stessa perderebbe di significato, cedendo all’apatia e all’indifferenza. Il vivere-per-la-morte è concetto positivo: solo la consapevolezza della finitezza umana è in grado di produrre quel significato e quell’attenzione per le cose del mondo che non si potrebbero avere se, perduto nell’eternità, l’uomo avesse la consapevolezza di poterne godere in eterno.

Da qui l’esortazione ad avere il coraggio dell’angoscia, poiché derivando essa proprio dalla suddetta  consapevolezza di finitezza, oltre ad essere uno stato emotivo indissolubilmente legato all’esistenza autentica, è anche un sentimento positivo, dal quale non sfuggire, necessario a dare significato autentico alla vita, mentre chi vive nell’esistenza inautentica tende a dimenticare la morte e ad filosofo colui che si allontanare l’angoscia, in un modo che ricorda da vicino le considerazioni pascaliane sul “divertissement”.» [Il filo di Arianna]

 

I punti salienti di questa decisiva riflessione sull’angoscia concernono la sua collocazione esistenziale: come tutti gli stati d’animo, anche l’angoscia è qualcosa in cui ci troviamo senza volerlo, è un essere gettati trascendentale, ovvero precede la coscienza stessa. L’essere di fronte al nulla è la condizione umana più essenziale. La paura della morte appare essere, nell’ottica heideggeriana, un modo inautentico di vivere. L'”essere per la morte” è, al contrario, la condizione suprema dell’autentica libertà. E se “la morte” non fosse altro che il senso, ovvero la parola, che l’uomo dà a questo affacciarsi sul nulla? La morte come nome proprio dell’angoscia? Ma se la morte è il senso dell’angoscia, la morte in sé che senso ha? Filosoficamente questa è l’aporia assoluta, che Leibniz “risolse” (si fa per dire) con la celebre domanda: perché l’essere e non il nulla? Ovvero: perché esiste qualcosa, invece che il nudo nulla? Sia l’essere che il nulla, in questa domanda, costituiscono il capo e la coda di un serpente che… si morde la coda.

Un’altra riflessione s’impone a questo punto. Parlando dell’angoscia mortale (o della morte), non parliamo, in fondo in fondo, di qualcosa che caratterizza certi momenti di vita? La diagnosi medica di una malattia mortale non è la morte; l’annuncio dell’approssimarsi della fine, che genera angoscia, non è ancora la fine. Che abbia ragione Wittgenstein? Tuttavia della morte parliamo. La morte è l’oggetto di una riflessione millenaria che ha in Socrate il suo maestro. Egli fu il primo che disse che è filosofo chi si prepara alla morte. E prepararsi alla morte, filosoficamente (Plotino lo ribadirà), è spogliarsi dei desideri. È dunque un cammino “di saggezza” e di conoscenza. Ma conoscenza di cosa? Questo spogliarsi preparatorio non si definisce forse come un avvicinamento a ciò che vi è di più essenziale? E se la morte fosse l’essenziale?

 

Continua…

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: