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Diversità – II parte

08/12/2010

… Continua

“Dire” l’Altro è la cosa più difficile. Definire, classificare, interpretare ciò che è differente si può, di primo acchito, solo affermando ciò che esso non è. È il problema che la teologia seria (la teologia negativa) ha risolto nei confronti di Dio, l’assolutamente Altro da noi. Può sembrare sterile, ma forse è soltanto onesto. Così facendo, alziamo una palizzata di concetti e giudizi che definiscono i nostri limiti ma non dicono nulla su ciò che stiamo indagando. L’Altro di cui andiamo cercando non è “noi”; questo è tutto? Ma questo Altro di cui stiamo parlando è pur sempre un essere umano, anche se diverso. E tuttavia è diverso, e quindi in un primo momento inaccessibile. Il processo di conoscenza che mettiamo in gioco ha come unico punto d’avvio questa considerazione, di per sé “evidente” e irrinunciabile. Insomma, torniamo a Kant. Ma può accontentarci una simile evidenza? Può accontentarci sapere che abbiamo a che fare con un essere umano? La vita non è fatta di molte più sfaccettature? Avere a che fare con un “essere umano” vuol dire riconoscere in colui che abbiamo di fronte qualcosa di più di una mera entità biologica che ha fame, sete e bisogno d’amore. Ma questo “qualcosa” cos’è? Forse, per rispondere, devo rivolgere a me stesso questa domanda: che cosa viene dopo, nella mia vita, all’essere appagato nei bisogni più essenziali? È qualcosa di superfluo, che non definisce l’essenziale di ciò che sono veramente?

Conosci te stesso” è stato il primo detto della filosofia occidentale. Da questo imperativo (etico?) è sorto l’immenso edificio speculativo di cui andiamo giustamente fieri. Ma a che scopo Apollo ci ha indicato questa via, apparentemente semplice? A cosa serve conoscere se stessi? Non abbiamo a che fare, ovviamente, con una scienza. Ma la natura oracolare e problematica del motto ci dice che non è neppure questione di semplice buon senso. C’è in ballo qualcosa di più. Da dove parto, dunque, per questa ricerca? Rivolgo lo sguardo dentro di me? Ma da quale punto di vista? Come faccio a “guardarmi dentro” se, detto molto semplicemente, non posso mai essere “fuori di me”. A meno che questo “guardarsi dentro” non significhi trascurare ciò che mi circonda. Un atto solipsistico di introspezione che mi richiede di sospendere il mio immediato essere-nel-mondo. Per un momento devo isolarmi, prescindere da, sicut alius non daretur: come se l’altro non ci fosse.

Filosoficamente si usa distinguere la conoscenza immediata da quella mediata. È immediata la conoscenza di ciò che ci appartiene intimamente, nel senso che non è ottenuta attraverso un qualche intermediario esterno, sia esso un interprete o uno schema. È mediata invece la conoscenza che ha bisogno di una guida per esplicarsi, di uno schema interpretativo. Ma la psicologia analitica ci ha svelato qualcosa che l’uomo classico non sapeva: che anche la conoscenza di se stessi ha bisogno di un mediatore, di un interprete capace di svelarci ciò che di noi non sappiamo. “Conoscere se stessi” è diventato così qualcosa di impossibile, l’immediatezza introspettiva ci è negata. Anche per “guardarci dentro” abbiamo bisogno di un mediatore, di una figura capace di muoversi in quella parte di noi inaccessibile a noi stessi. Come possiamo dunque pretendere di conoscere l’essere umano altro da noi, se non ci è dato di conoscere neppure noi stessi? Naturalmente la questione è posta in modo troppo semplice. Lo psicologo non sa “più di noi”, ma “ci apre gli occhi” su ciò che di noi non vogliamo sapere. A partire da Freud, conoscere se stessi ha assunto un nuovo significato: accorgersi di, aprirsi a, smascherarsi. In tal senso, conoscersi è un modo di fare esperienza di sé.

Questo fare esperienza lo possiamo applicare all’Altro, al diverso? Prima di tutto vediamo se questa impossibilità di conoscere l’Altro non ha la stessa natura che la psicologia ha individuato come impossibilità di conoscere se stessi. Cioè come tendenza a “non voler sapere”, a non riconoscerci/riconoscere. Una connotazione del termine “Altro (da noi) – Diverso-da-noi” è sicuramente quella che gli assegna il senso di essere scomodo, fastidioso, urtante. L’Altro, il Diverso, è, sotto questo riguardo, qualcuno che ci dà fastidio. È la nostra Ombra, quindi il gemello ignoto di me stesso.

«L’arte di essere semplici è la più elevata, così come accettare se stessi è l’essenza del problema morale e il nocciolo di un’intera Welthanshaaung» [Jung].

Appunto: accettare se stessi per accettare l’Altro: l’ignoranza del diverso è forse soltanto il voler ignorare se stessi, cioè quel di più di senso che definisce l’essere umano. Accettare la diversità può quindi voler dire fare esperienza della diversità. E scoprire quindi la differenza. L’essere umano abita nella differenza, nella molteplicità di sensi di cui ciascuno può, volendo, fare esperienza, a partire da sé, o DAL sé. Ma questa è un’altra storia.

Buon Natale a tutti.

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