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Quanto può dirsi, si può dir chiaro… II parte.

19/12/2010

… continua.

«A turbare ed agitare gli uomini non sono i fatti in sé, ma piuttosto i giudizi che essi formulano sui fatti o le opinioni irriflesse che li accompagnano. La morte, ad esempio, non è nulla di temibile in sé e per sé, altrimenti sarebbe apparsa tale anche a Socrate. Ma è il giudizio che formuliamo intorno alla morte, ovvero il fatto di considerarla un evento terribile, a rendercela tale – ed è precisamente di questo che bisognerebbe aver paura. Pertanto, quando nella vita ci si presentano delle difficoltà, oppure siamo turbati, in preda allo scoramento, è vano prendersela con qualcun altro o peggio inveire contro la cattiva sorte, perché la responsabilità è nostra, soltanto nostra; noi siamo padroni dei nostri giudizi, delle nostre opinioni. È tipico di chi non ha alcuna educazione filosofica addossare agli altri la colpa dei nostri mali; del filosofo principiante prendersela con se stesso; del saggio esser libero da qualsivoglia senso di colpa» [Epitteto, Encheiridion]

È considerevole il fatto che questa simpatica abitudine del CafèPhilo, il periodico ritrovarsi tra amici con-filosofanti, manifesti tutta la sua potenzialità proprio trattando della morte. Perché, da quando esiste qualcosa come la filosofia, è nel ragionare sul morire che essa assume la sua più totale concretezza. La filosofia si fa viva affrontando la morte. Trasferire il pensiero sul piano della vita dovrebbe essere lo scopo del nostro ritrovarci, se ciò che intendiamo fare è non perderci sul filo delle chiacchiere.

È noto che da Auschwitz in poi la filosofia si è ritirata sconfitta. Il non-senso del male assoluto le ha tolto la forza, e non per niente i maggiori “metafisici” del secondo dopoguerra sono per lo più pensatori ebrei. È a loro che la filosofia chiede un radicale ripensamento. Ciò che di veramente nuovo l’antica disciplina ha prodotto negli ultimi trent’anni è, a mio parere, la riscoperta della filosofia praticata, ovvero di nuove pratiche filosofiche esterne al mondo accademico. Alcuni filosofi tornano a “passeggiare” (peripaton) in mezzo alla gente, esponendo senza enfasi la possibilità di intendere la filosofia come stile di vita, come esercizio (aiskesis). La cura di sé che viene così enunciata è quella di cui scrisse Epitteto: esercitarsi a essere “padroni dei propri giudizi”, che è un DECIDERSI per l’attualità del pensiero, per la sua incisività e imprescindibilità nei momenti difficili della vita. L’esercizio filosofico a cui il CafèPhilo invita è una via dentro la quale ciascuno, anche senza laurea, può decidersi di entrare, facendo della consapevolezza della propria libertà di giudizio la leva con cui sollevarsi al di sopra dell’irrazionalità delle paure. A differenza delle pratiche terapeutiche e medicalizzanti di tipo psicologico, questo esercizio spirituale non implica un abbandono di sé nelle mani di qualcun altro, non crea dipendenza o soggezione nei confronti di un paradigma “scientifico” che mira a classificare i comportamenti entro pre-giudizi teorici; e a differenza delle pratiche spirituali orientali o da new age non avvolge chi cerca in un’aura di esoterismo a cui affidarsi fideisticamente. Per dirla con Nozick, “per valutare e soppesare ciò che dicono i filosofi, dobbiamo valutare e soppesare ciò che sono”, «riflettere cioè su come e quanto le loro teorie siano debitrici al loro concreto modo di esistere, e come, d’altra parte, il loro modo di esistere e di agire sia già da sempre imbevuto di teorie sia implicite che esplicite.» Un corto circuito filosofico che riversa nella prova dei fatti la resistenza del mio essere consapevole della mia libertà di giudizio, del mio essere “indifferente” alle cose per poterle gestire, e soprattutto del mio essere amico di me stesso per poter vivere in armonia con la mia Ombra.

Dunque l’essere-per-la-morte autentico è questo esercitarsi nella libertà, mentre “pensare alla morte” non è altro che non perdere mai di vista l’importanza del pensiero, la fiducia in esso. Come ci insegna Wittgenstein, la morte non è un “oggetto”, una cosa che ci sta davanti (magari agitando minacciosa la falce): essa è il limite oltre il quale il pensiero non può spingersi, ma lungo il quale esso compie le sue “manovre militari” per renderci sempre più umani e sempre più veri. Noi possiamo “assaggiare la morte” ogni giorno, immergendo i pensieri nella consapevolezza di ciò che veramente siamo, ma questo può rendere la nostra vita ancor più bella da vivere e più preziosa, e i suoi valori qualcosa di ancor più grande. Ma il bello della filosofia, è che essa ci dice di fare tutto ciò per una libera scelta, e nel pieno dominio di noi stessi in quanto esser pensanti.

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