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Giustizia

25/12/2010

Nessun diritto, nessuna “giustizia” semplicemente politico-giuridica, potrà “salvare” da una planetaria inospitalità, fondata sul conflitto tra interessi corporati, oppure dal suo opposto: il ritiro dell’”anarca”.  Tantomeno quel diritto, che ritiene giustizia render uguale l’ineguale, o che tollera l’ineguale soltanto nella misura in cui vada “educandosi” alle norme del linguaggio dominante (e sia perciò “comprensibile”). Porre ogni distinto nella sua luce, esaminarlo con cura, riconoscere all’altro ciò che gli spetta – questa sarebbe giustizia. “Analizzare” ogni “grumo”, amare la distinzione, riconoscere a ciascuno i suoi diritti, distinguendosi l’un l’altro – questa sarebbe giustizia. Nietzsche ricordava: per esercitare una tale giustizia in grande stile, un uomo deve poter sentire in se stesso la lotta tra distinti poteri, e non volere che nessuno tramonti, lasciare che la loro lotta continui.

Trovare sede in questa idea, farne un costume, un ethos non è in alcun modo questione che possa risolversi “progettualmente”. Ma non vedo in quale altra direzione, secondo quale altro senso potrebbe oggi “trascendentalmente” concepirsi il termine Ethos.

M. Cacciari, Etica del sapere, in: MicroMega.

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