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Una buona vita

23/01/2011

Perché l’uomo si è tormentato per millenni con l’ossessione di una vita dopo la morte? Perché posticipare ciò che abbiamo già, innanzi tutto e per lo più? Epicuro diceva che quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è vita… appunto. Per chi vive una buona vita, ha senso aspettare un’altra vita? Ma “chi” vive una “buona vita”?

Non certo i dannati della terra (F. Fanon), i diseredati e gli sfruttati, gli emarginati di ogni tipo e condizione. Ma per loro è questione soprattutto di prospettiva: che essi sperino in un’altra (ovviamente migliore) vita è funzionale a chi teme la loro sacrosanta richiesta di una vita migliore qui e subito. Dunque non è questo il punto di vista da cui affrontare il problema di una “buona vita”, almeno tra le ovattate pareti di un CafèPhilo. Questo è compito della politica, almeno a partire dalla consapevolezza che la filosofia ha dato a tutti sulla vera natura della religione come oppio dei popoli.

Noi membri privilegiati della società post-industriale possiamo invece permetterci, entro determinati limiti, di interrogarci su “che cos’è una buona vita”. Per fare questo abbiamo raccolto, in ordine sparso, quelli che ciascuno di noi considera i termini di riferimento fondamentali da cui partire per una “definizione”; una volta individuati ed enumerati, si tratta di ridurli ad un comune denominatore utile a raggiungere una definizione condivisa. Eccoli:

amore; rettitudine; gratificazione; gioia; consapevolezza; sensibilità; allegria; scelta; concedersi; coscienza; verità; evoluzione; essenzialità; ottimismo; dignità; pace; armonia; divenire; progredire; condivisione; perdono; creatività; anima.

A una prima lettura, individuiamo alcune aree semantiche di appartenenza: “stati d’animo” o “sentimenti” [amore, gioia, allegria, ottimismo]; “valori” [rettitudine, sensibilità, verità, dignità, pace, condivisione, perdono]; “stati di coscienza” [gratificazione, consapevolezza, scelta, coscienza, evoluzione, essenzialità, armonia, divenire, progredire, creatività]. Rimane fuori l'”anima”, ma forse c’è un motivo, di cui parlerò più avanti.

Si delinea così un percorso, che dai sentimenti – il soggettivo e l’intimo – attraversa i valori – il collettivo -, per approdare ai modi d’essere che rendono ciascuno di noi un esserci-con-gli altri unico e irripetibile: Io — Noi — Sé (quello stato della coscienza che fonde il soggettivo col collettivo). Cominciamo allora dai sentimenti (o stati d’animo). Che cos’hanno in comune amore, gioia, allegria, ottimismo? Può esserci amore autentico senza gioia? Senza allegria e ottimismo? Attenzione: la domanda non è se l’amore è in sé e per sé tutte queste cose; ma se si può parlare d’amore senza aver provato una o tutte e tre queste cose. Che l’amore (Eros) sia croce e delizia l’ha detto in modo sublime già Platone (Fedro); croce E delizia, appunto. E quindi rapimento, estasi, tormento. Ma anche fatica e sacrificio, nel senso autentico del termine, cioè del rendere sacro (sacrum facere) ciò di cui ci priviamo per il bene degli altri. Sacro è ciò che ognuno mette in comune per rendere onore agli dei, e quindi per propiziarsi una buona vita. Ciò che metto in comune non mi impoverisce, al contrario: mi ritorna in termini di pace a armonia.

La filosofia ha attribuito fin dalle origini la facoltà di amare all’anima. E qui si apre un abisso di perplessità. Che cosa ha a che fare l’anima coi nostri tempi? La scienza, il grande totem della modernità, ci ha svelato i meccanismi molecolari che sottostanno all”energia libidica per mezzo della quale tendiamo alla preservazione della specie. L’amore non è dunque “nient’altro che…”. E l’anima? “Nient’altro che” un costrutto culturale senza un vero significato cognitivo. Chi parla ancora di anima? La Chiesa. Ma con una timidezza che la dice lunga sul peso che il common sense ha da sempre anche in ambiti blindati come quello della teologia. Qualche psicologo junghiano, ma in modi tutt’altro che accessibili e chiari ai più. Per il resto è il buio più nero. Semplicemente, non è un problema; tutt’al più una curiosità. Ma il problema c’è, eccome. Come ci ha insegnato Heidegger, l’essere umano è un “esistente” (c’è, vive qui e ora in mezzo agli altri nel suo mondo) prima di essere qualsiasi altra cosa: un prete, uno scienziato o un criminale. Anche un prete ha dei desideri (lo sappiamo bene!), anche uno scienziato può provare angoscia, anche un criminale ha paura. Noi siamo gettati nel mondo in uno stato d’animo di cui non siamo padroni, ma che ci prende e nel quale progettiamo la nostra vita. In parole povere: l’amore sarà certamente un fenomeno endocrinologico, ma non è così che lo viviamo. L’amore “ci prende”, e nel viverlo noi lo rappresentiamo in una costellazione di sensi la cui ricchezza conosce bene chi ama l’arte, la poesia e la filosofia. Certo, noi possiamo, con la volontà, domare i nostri sentimenti e vivere l’amore con la lucida freddezza di un chimico analista (la “chimica dei sentimenti” nietzscheana). Noi possiamo allontanare i sentimenti e manipolarli, ma la scienza, sempre lei, insegna che questo esercizio ha un costo altissimo: la carica libidica repressa troverà presto un altro canale attraverso cui manifestarsi, e saranno guai seri. Tra le ghiandole e il mondo c’è qualcosa che incanala in una dimensione soggettiva piena di senso il nostro “essere presi da”. E se questo qualcosa fosse l’anima?

Una seconda ragione ci suggerisce cautela nel ridurre il senso a “nient’altro che…”. Quante migliaia di anni ha l’idea di Anima? Duemila? Tremila? Con quale immensa presunzione possiamo immaginare di ignorare, sic et simpliciter, un tale patrimonio di pensieri e valori? L’anima esiste come costrutto culturale: ma questo non è riducibile a un semplice nulla. Neppure i barbari invasori hanno devastato la storia quanto noi, ammantati come siamo di illuminata lucidità. Il problema non è se l’Anima esiste, ma che cosa vogliamo farne di tradizioni e cultura, di storia e civiltà, in questo secolo sgretolante di torri.

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