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Una buona vita – II

05/02/2011

È successo quello che temevo: preso dalla foga della discussione, ho perso il filo del discorso e oggi mi ritrovo a non poter più ricostruire quanto è avvenuto nell’ultimo incontro.

Si parlava dei Valori – rettitudine, sensibilità, verità, dignità, pace, condivisione, perdono – quelli che, a una prima veloce disamina, erano sembrati a tutti noi degni di essere considerati fattori determinanti
per una “buona vita”. Ma subito ci siamo inceppati… e non c’è da stupirsi. Qualcuno infatti sostiene che “i valori non esistono”, ma solo convenzioni che possono durare più o meno, e che si rivelano molto relative non solo tra diverse culture, ma anche nello stesso gruppo umano. Argomento vecchio come il mondo, ma che nessun sistema di pensiero è mai riuscito a superare definitivamente. Ragioniamo con calma.

Già nell’incontro precedente si diceva che ” l’anima non esiste”. Ma come si può leggere qui, io sostengo che essa invece esiste da moltissimo tempo come costrutto culturale, ovvero come “idea”, e che tale idea ha prodotto eventi storici, artistici e filosofici di enorme importanza. L’Anima non si vede ma di essa si parla, e malgrado Wittgenstein, ciò mi pare sufficiente a farne una realtà piuttosto consistente dal punto di vista del nostro destino umano. Uomini si sono lasciati uccidere “per la salvezza della loro anima”, ma molti, moltissimi di più, sono stati uccisi per lo stesso motivo, da chi si era arrogato il diritto di definire cos’è che salva. Non possiamo, credo, confondere l’idea con gli effetti che essa ha nella nostra vita. Perché altrimenti non ci sarebbe idea degna di essere salvata. In nome della Giustizia sono state commesse atrocità, in nome dell’Amore sono state generate enormi sofferenze, in nome della Libertà molti esseri umani hanno perso diritti fondamentali. Da questo punto di vista, quindi, l’anima appartiene allo stesso insieme dei valori: l’insieme delle idee, e come tali i valori hanno una storia e una validità universali, come sono universali le idee.

Il punto è: in che senso un’idea è universale? In “senso stretto”, lo è nella misura in cui, quando la enunciamo, essa denota un nucleo di significati – magari molto ristretto – che necessariamente sono condivisi (altrimenti non ci sarebbe comunicazione, scienza, arte e pensiero in generale). Un’idea è un costrutto di costrutti: concetti, immagini, emozioni, esperienze, teorie; tutti insieme formano l'”idea”, ma molti di essi occupano una regione marginale, che non è necessariamente contemplata da tutti coloro che pensano quella determinata idea. In “senso lato”, lo è nella misura in cui fonda le relazioni e i comportamenti entro un determinato gruppo umano.
Nel primo caso, una più o meno vasta “umanità” può condividere un’idea, ma in senso così ristretto da risultare quasi impercettibile; nel secondo caso, non si dà universalità assoluta ma sempre e solo relativa. Da questa aporia non si esce.

Se i presupposti sopra enunciati hanno un qualche valore, diventa chiaro allora qual è il problema: non si tratta di credere negli stessi valori, ma nel tentare di inglobare nel loro insieme di significati il maggior numero possibile di “cose”; detto altrimenti: nell’allargare i confini che delimitano tutte le idee di valore, così da accogliere in un insieme condiviso – come sostiene R. Rorty – il maggior numero di esperienze.

E se fosse la condivisione ciò che rende “buona” una vita?

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