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La buona vita – Fine (?)

07/03/2011

Di tutti i significati possibili di verità, ne è rimasto uno non ancora esplorato: quello di autenticità. Che cos’è (ti estì) “autenticità”?

Dall’immancabile giro di opinioni emerge un’ipotesi piuttosto diffusa: che essa sia la fedeltà a un’immagine (modello?) che si ha di sé. Ancora una volta, lo “psicologismo” la fa da padrone. Vediamo invece che cosa ne dice il filosofo:

«”Ognuno è, a seconda di come ha saputo comprendere sé stesso, le sue possibilità: in quanto è questa comprensione, esso “sa” come stanno le cose a proposito di sé stesso, cioè del suo poter essere” [M. Heidegger, Essere e tempo]. Questo “sapere” non è frutto della psicologia, ma è immediato e spontaneo, sorge cioè appena ci rivolgiamo a noi stessi nella nostra interiorità. Alla struttura esistenziale della comprensione corrisponde ciò che noi chiamiamo progetto. L’uomo, in quanto gettato nel mondo, si trova nella condizione “innata” di proiettarsi in avanti (nel tempo) attraverso progetti. Per progetto Heidegger non intende i piani che ci facciamo per il futuro (farò questo e quest’altro); nell’uso che egli fa del termine prevale la funzione verbale rispetto a quella nominale: progettare significa comprendersi in base alle proprie possibilità. Se vogliamo, è quella condizione ideale e rara per cui ci lasciamo essere per quello che siamo, senza intromettere “piani razionali” nel nostro agire. Questo comporta che ciò rispetto a cui progettiamo possa anche non essere “conosciuto” in termini concreti: faccio questo perché “mi va”, poi vedremo cosa ne verrà. Soltanto perché l’uomo è (o non è) ciò che poteva essere, soltanto comprendendo questo, egli può dire a sé stesso: «Divieni ciò che sei!»

Essere se stessi non è, filosoficamente parlando, una scelta, ma una possibilità. Essa si dà o non si dà. È un modo del nostro “essere gettati” nel mondo, del nostro “trovarci-già, qui” in una condizione, in uno stato d’animo. Come a dire: può capitare oppure no. Perché chi non è se stesso, neppure lo sa. Egli può fare tutti i “piani” (attenzione: non progetti) di questo mondo, ma saranno sempre fatti a partire da una condizione di oscurità, di incomprensione. Heidegger lo dice chiaramente: progettare è un dirigersi verso se stessi, e questo può avvenire anche senza un’idea precisa, razionale, lucida. Essendo semplicemente ciò che si è.

Viceversa, l’idea “psicologica” di poter agire in base ad un modello di noi in qualche modo posseduto, implica una semplificazione: io “dico a me stesso qualcosa di me”, mi “definisco”, e quindi mi “ritaglio” un’immagine che, come ogni fotografia, ferma un momento della vita. Questo però vuol dire dimenticare tutto il resto di sé, ignorarlo, bello o brutto che sia.

Nel primo caso, quello filosofico, l’autenticità è una comprensione di sé (anche inconsapevole), è il semplice aderire a se stessi nel darsi immediato dell’esistenza. Ciascuno di noi sa o non sa che questo o quest’altro fa per me, mi appartiene, mi corrisponde. Nel secondo caso, quello psicologico, l’autenticità diventa fedeltà, col rischio che questa si rivolga a uno stereotipo o a un fantasma di ciò che eravamo e non siamo più.

La visione psicologistica implica inoltre un’altra categoria molto impegnativa: il “migliorarsi”. Sarebbe troppo lungo ripercorrere qui tutta la storia di questo concetto, strettamente legato alla concezione neoplatonica di caduta e rinascita, deformato poi dal cristianesimo nella versione lineare della sola rinascita (o della sola caduta), e ripreso in termini laici dall’illuminismo sotto l’idea di progresso. Oggi la stessa scienza rigetta questa metafora insegnandoci che la vita non è élan vital ma espansione e contrazione (neg-entropia – entropia). “Migliorarsi”, “progredire”, sono condizioni che “il mostro mite” ha metabolizzato trasformandole in una maledizione. Sono il fondamento della competitività, che non è, di questi tempi, la legge “degli spiriti animali” di hegeliana memoria, ma un modo per tenerci occupati, o pre-occupati, e lontani dalla realtà.

Come la scienza, anche la filosofia oggi rigetta il modello lineare del progresso, cercando altre metafore, altre Figure del reale, che permettano quel ritorno a noi stessi che è condizione di autentica autenticità ;-)….

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