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La trasgressione

12/04/2011

Tema intrigante, cercato più per curiosità che per convinzione. Infatti… nel momento in cui il confronto si apre e il sottoscritto propone agli amici pinerolesi di raccontare una loro trasgressione, cala il silenzio. Si preferisce lasciare la parola alla filosofia.

E dunque cosa dice la filosofia? Poco più che nulla. La voce non è neppure contemplata nel dizionario filosofico. Occorrerebbe leggere Foucault, ma non è nelle mie corde. È bene allora seguire il metodo della filosofia, più che il suo insegnamento.

Trasgredire: lat. trans – gradi, passare oltre. La parola rimanda dunque a un processo, a un percorso: “da… a”. Da dove, verso dove? C’è un luogo originario che si deve abbandonare, superare, lasciare, per raggiungere “un altro luogo”. Strana somiglianza col ben più autorevole principio della trascendenza: lat. Trans – scandere, salire oltre, al di là. Heidegger ci ha insegnato che l’esistenza è trascendenza, progetto: gettarsi verso, oltre. Trascendere e trasgredire sono dunque inscindibilmente connessi al destino umano. Ma poi subentra l’uso corrente della parola, la chiacchiera quotidiana, e la trasgressione si fa banalmente gioco fatuo e alienante, più un fuggire da che un andare verso. La realtà quotidiana ci permette al massimo di fuggire da essa, più che di andare altrove.

Messa così, la trasgressione pare essere una cosa molto seria. Infatti il potere si è sempre pre-occupato (notate il trattino!) di organizzare, recintare la trasgressione, fornendo alle masse i luoghi e i tempi per il suo esercizio. Pensiamo al carnevale. Ma oggi anche alla droga, la cui produzione potrebbe benissimo essere stroncata in poche settimane se solo la volontà generale fosse sincera nella sua condanna. Invece carnevale e droga forniscono alle masse un’illusione di trasgressione, uno sfogo onanistico che non conduce da nessuna parte, così da perpetuare lo status quo.

Che la trasgressione sia cosa da prendere sul serio lo dice l’esperienza vissuta adolescenziale: l’atto ribelle e trasgressivo dell’adolescente è il primo passo di un processo di identificazione, di individuazione di sé: noi abbiamo trasgredito per il desiderio di uscire nel mondo, di uscire da un guscio che da protettivo si faceva soffocante. Ma verso dove possiamo andare, una volta giunti alla meta della maturità?

E ancora: oggi la trasgressione non ha più spazi e tempi definiti. Potremmo dire che è sempre carnevale. Oppure, che il carnevale non c’è più (quello autentico, sanguigno e spensierato di “una volta”). Essa è lì, a portata di mano, come in un supermercato, preconfezionata in mille prodotti che hanno tutti lo stesso sapore. Che cosa me ne faccio, allora, della trasgressione, se essa è entrata pervasivamente nella logica del mercato, nel circolo “vizioso” consumo-profitto? E se trasgredire oggi volesse dire andare oltre la trasgressione stessa? Se non entrare nel supermercato delle trasgressioni oggi fosse un gesto più forte e trasgressivo?

Nel suo capolavoro La caverna, Saramago immagina che la felicità sia fuori dal Centro (l’immenso supermercato delle frivolezze e della vita virtuale, i cui abitanti ripetono modernamente la condizione dei prigionieri immaginati da Platone al fondo della sua caverna). Il protagonista “se ne va”, ma dove va? Verso l’amore, direte: ma l’amore non è un luogo. È una condizione. E se trans-gredire volesse dire “mettersi in una nuova condizione”?

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