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Liberi di trasgredire?

09/05/2011

Un discorso sulla trasgressione implica una riflessione sulla libertà. Si trasgredisce quando non ci si sente liberi, o si trasgredisce perché si è liberi?

Tuttavia mi permetto di abbandonare l’intrigante quesito per una digressione in margine alla discussione apertasi nell’ultimo incontro. In sintesi, parlando di libertà è accaduto che ci domandassimo: ma la libertà è un’idea o un sentimento? Il dubbio ricalca, con diversa sfumatura, la prima domanda: io “mi sento” libero o “sono” libero? Si può “cercare” la libertà? Molti lo hanno fatto, pagando anche con la vita, ma per raggiungere cosa? Qualcosa che non avevano, la possibilità cioè di usare il proprio libero arbitrio. Ma attenzione: la scelta che hanno fatto è stata a priori una scelta libera. Cosa c’è di più libero che scegliere di morire? Essi erano, e allo stesso tempo non erano, liberi.

Come uscire dal paralogismo? Proviamo a formulare la domanda in questo modo: la libertà è a priori o a posteriori?

Ipotesi n. 1: io cerco la libertà perché mi sento (libero) di farlo. Nessuno mi può incatenare. Gramsci, Spinelli, e innumerevoli martiri della libertà ce lo hanno dimostrato. Una prigione non è sufficiente a incatenare un uomo libero.

Ipotesi n. 2: io cerco la libertà perché mi manca. C’è dunque una diminutio “in me”, un segno meno che implica un vuoto d’essere, la mancanza di qualcosa che mi è necessario per vivere.

Le due ipotesi combaciano in un punto: in un caso e nell’altro, la libertà è qualcosa che mi appartiene. Se mi è stata tolta, tuttavia di essa ho conservato il sentimento.

Dunque il sentimento è “qualcosa”? Esiste qualcosa di ipostatizzabile come “sentimento”? La libertà si realizza attraverso atti: io agisco da libero, o penso da libero – ma questo “pensare da uomo libero” assume un senso autentico solo se si traduce nel dire o nello scrivere liberamente. Quindi nel fare qualcosa. Senza l’azione, la libertà è un puro concetto. Ma l’azione da dove nasce? Vogliamo ridurla a quel meccanismo di stimolo-risposta che ha fatto la fortuna di un Pavlov qualunque? Il mio desiderio di cibo è solo l’effetto di una bistecca sventolatami sotto il naso? Certo, il mio bisogno di cibo cresce in misura tanto maggiore quanto più di esso vengo privato. Ma è la mancanza di cibo che mi stimola, non la sua presenza. E non credo che questa sia una semplice metafora. Per la libertà vale la stessa legge: più ci viene tolta, più la desideriamo. Il problema dunque è: da dove viene tolta?

Qualcuno può obiettare: mi ammanettano e mi chiudono in prigione: dunque mi impediscono di agire. Questo è un atto fisico, poiché incide sul mio fare, non sul mio sentire. Da quel momento non sono più libero, questo è quanto. Tuttavia questo modo di argomentare non mi convince. Nessuno è imprigionato senza una ragione, per bieca che sia. Ed è quella ragione che dà un senso alla mia mancanza di libertà. Non basta dire: chi è in prigione non è libero, tutto il resto è aria fritta. Perché io posso essere in prigione a torto o a ragione, tertium non datur. E questo fa la differenza. Nel secondo caso, non sentirmi libero è un atto di viltà, poiché non accetto la ragione del mio non essere libero, non ho cioè coscienza della mia colpa. La prigionia può essere espiazione, cioè sviluppo di un autentico e pieno libero arbitrio. Nel primo caso, invece, il non poter agire non mi toglie la consapevolezza che io sono un uomo libero, anzi lo conferma. È proprio la mia autentica libertà che mi ha condotto in prigione. La libertà ha affermato se stessa, e qualcuno ha cercato di togliermela. Quello che poi di me avverrà dipende da troppe cose, per poter essere qui semplificato.

Continua…

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