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Eugenetica 2

02/06/2011

II passato eugenetico americano

Un giorno noi tutti realizzeremo che il primo dovere di ogni buon cittadino, uomo o donna, di giusta razza, è quello di lasciare la pro­pria stirpe dopo di sé nel mondo; e che, allo stesso tempo, non è di alcun vantaggio consentire una simile perpetuazione di cittadini di razza sbagliata. Il grande problema della civiltà è riuscire a ottenere, nella popolazione, l’aumento degli elementi di valore rispetto a quelli di poco valore o che risultano addirittura nocivi. […] Per rag­giungere questo obiettivo è indispensabile rendere piena coscienza dell’immensa influenza esercitata dall’ereditarietà… Spero ardente­mente che agli uomini disonesti venga impedito del tutto di pro­creare; e che ciò avvenga non appena la cattiva natura di questa gente sia stata sufficientemente provata. I criminali dovrebbero es­sere sterilizzati e ai malati di mente dovrebbe essere vietato avere dei figli […] è importante che solo la brava gente si perpetui.

Questa citazione potrebbe essere uscita dalla bocca di uno de­gli innumerevoli funzionari politici presenti agli incontri e alle fe­ste dei raduni della Germania nazista negli anni Trenta. Ma non è cosi. Queste sentenze sono state emesse dal 26° Presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, e rappresentano la visione «illu­minata» di milioni di americani rapiti dal movimento ideologico che è stato di fatto trascritto dai libri di storia americana.

Dalla fine del secolo fino alla Grande Depressione, 1’eugene­tica venne abbracciata dalla maggior parte dell’elite degli intellet­tuali americani come la panacea per le ingiustizie economiche e per i malanni sociali che minacciavano il tessuto della vita ameri­cana. L’eugenetica prese piede nel momento in cui i riformatori erano sempre più scoraggiati dalla loro apparente inabilità a trat­tare efficacemente le escalation di criminalità, povertà e inquietu­dine sociale.

Il movimento dell’eugenetica incominciò a diffondersi nell’ul­timo decennio del secolo scorso sulla scia della prima ondata mi­gratoria, che portò con sé la grande espansione dei bassifondi cittadini e le prime rivendicazioni sindacali organizzate. Questo fe­nomeno raggiunse il suo picco nella fredda atmosfera isolazionista che seguì la prima guerra mondiale e che produsse in America la prima grande paura del «pericolo rosso». Durante questo perio­do, le vecchie famiglie americane che governavano il Paese, al fine di promuovere il concetto di una politica eugenetica, unirono le proprie forze in un’attiva alleanza con gli accademici e i professionisti del ceto medio. L’elite bianca dell’America anglosassone e protestante (Wasp) diventava sempre più paranoica sulla questio­ne della perdita del controllo economico e politico del Paese. Per la prima volta, l’egemonia della Wasp veniva vigorosamente sfida­ta da irlandesi, ebrei, italiani e altri gruppi che rivendicavano un pezzo del sogno americano.

Allo stesso tempo, professionisti e accademici stavano dispe­ratamente cercando un modo per spiegare il loro fallimento nell’a­rea delle riforme sociali ed economiche. Entrambi i gruppi trovarono la risposta nell’eugenetica. Il suo fascino era irresistibile. Primo, la sua premessa che 1’ereditarietà, e non 1’ambiente, deter­minava il comportamento delle persone nella società forniva ai ri­formatori la scusa che cercavano per colpevolizzare le masse dei mali che assediavano la società. La classe dirigente vedeva nell’eu­genetica una filosofia razionale, della quale poteva impadronirsi per difendere la propria rivendicazione del potere. Ma più impor­tante, in un momento in cui la scienza annunciava la grandezza americana e delineava una mappa stradale del suo palese destino, era il fatto che 1’eugenetica offriva sia una spiegazione scientifica ai problemi sociali ed economici sia un approccio scientifico alla loro soluzione. Nelle parole dello storico Mark H. Haller, il movimento dell’eugenetica divenne enormemente potente e autorevole perché piaceva alla «gente migliore».

E fu la «gente migliore» che dall’oggi al domani trasformò 1’eugenetica in una sorta di evangelismo secolare. Il nuovo credo fu esaltato nelle aule universitarie, nei convegni e nelle tribunepo­litiche, da una parte all’altra del Paese. Il messaggio era sempre lo stesso: la salvezza dell’America dipendeva dalla sua decisione di eliminare le categorie biologicamente inferiori e create la razza umana perfetta.

Eminenti genetisti americani furono responsabili di aver fatto proliferare la maggior parte del primo movimento eugenetico. Se­condo Kenneth Ludmerer, nella sua opera fondamentale, La gene­tica e la società americana, quasi la metà dei genetisti del Paese vennero coinvolti in un modo o nell’altro nel movimento eugene­tico. Molti erano «allarmati per quello che consideravano essere un declino della qualità dell’ereditarietà del popolo americano ».

Gli scienziati assunsero ruoli leader nella causa eugenetica, nella speranza «di poter aiutare a invertire la tendenza». Michael F. Guyer, dell’Università del Wisconsin, proclamò sfacciatamente che «il destino della nostra civiltà dipende da questo problema». Il famoso genetista Edwin G. Conklin osservò spassionatamente «che sebbene la nostra riserva umana includa alcune delle persone più intelligenti, morali e progressiste al mondo, questa include an­che un numero sproporzionatamente grande delle peggiori catego­rie di persone». Ilprofessor H.S. Jennings della Johns Hopkins University informò il pubblico americano che

Le preoccupazioni del mondo e i rimedi a queste preoccupazioni risiedono fondamentalmente nelle diverse costituzioni degli esseri umani. Le leggi, le abitudini, 1’educazione, 1’ambiente circostante sono creazioni degli uomini e riflettono la loro natura fondamentale. Tentare di correggere queste cose è come curare solamente i sin­tomi specifici. Per andare alla radice dei disturbi, deve essere pro­dotta una stirpe migliore di uomini, una stirpe che non dovrà contenere le razze inferiori. Quando una stirpe migliore sarà stata creata, leggi, usanze, educazione e condizioni materiali si prende­ranno cura di se stesse.

Jeremy Rifkin, Il secolo bio-tech.

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