Skip to content

De vera vita

09/10/2011

1. Riconoscere è apprendere (e quindi comprendere) ciò che sapevamo già, ma che si “misconosceva”. Come possiamo apprendere quello che sappiamo già? Non è forse una petizione di principio, o meglio, una contraddizione? Eppure lo possiamo! E non solo lo possiamo, ma è questo il segreto di ogni apprendistato, come già Aristotele aveva luminosamente mostrato: tutto quello che l’uomo sa, l’ha appreso in questo modo, proprio perché lo sapeva già; l’immanenza della causa sui spezza il circolo vizioso entro il quale l’apprendistato, a rigor di logica, dovrebbe girare. 2. E ugualmente, non possiamo scoprire – o meglio riscoprire – se non, in certo modo, abbiamo già trovato. È Platone a esprimersi così: desideriamo solo se, in certa misura, possediamo già l’oggetto desiderato. Ora, se lo possediamo già, come potremmo anche solo avere l’idea di desiderarlo? Quindi anche in questo caso la perentorietà dell’alternativa è elusa, e noi possiamo possedere senza possedere (…). 3. E ancora più generalmente: Realizzarsi è, essenzialmente, divenire ciò che siamo da sempre. Questo paradosso della temporalità, indubbiamente irrazionale, dà la parola ad altri due paradossi, e Bergson è stato il primo e l’unico a pronunciare veramente questa parola. Anche qui i logici che “misconoscono” il miracolo del movimento e ragionano solo nei termini dell’alternativa chiedono: come possiamo divenire ciò che siamo già, e se lo siamo già? Porre una simile domanda significa misconprendere che lo stesso possa divenire un altro continuando a restare lo stesso, e significa di conseguenza misconoscere il divenire in generale e il processo, e rassegnarsi all’immobilità universale che, secondo Parmenide, è il destino dell’essere. Significa rinunciare alla speranza.
Un bel mattino scopriamo ciò accanto al quale passavamo tutti i giorni, per esempio il nostri vicino di pianerottolo, e improvvisamente ci mettiamo a guardare quest’uomo qualunque come se non l’avessimo mai visto, come se ci accorgessimo di lui per la prima volta. Così, chi di domenica va a fare una passeggiata ammira un monumento dinanzi al quale passa e ripassa tutti i giorni per andare a lavorare, non concedendogli mai la grazia di uno sguardo… Ma quel giorno è un giorno di vacanza, e chi passeggia gli tributa il proprio sguardo festivo, che è il più nuovo di tutti gli sguardi; questo sguardo meravigliato ha tutta la freschezza dell’intuizione. (…)

C’è riconoscimento tutte le volte che la seconda volta, che la nma volta è inspiegabilmente vissuta come prima, pur restando ordinalmente la seconda. Chi ci capisce è bravo! Un’iterazione che non è reiterazione, ma che di fatto è iniziale, una ripetizione che costituisce di fatto un’innovazione senza cessare per questo di essere ripetitiva – ecco il paradosso della prima-seconda volta. Questo paradosso non è un miracolo eccezionale, bensì un’esperienza della vita quotidiana. Ad ogni istante il déjà-vu ci appare come un non-ancora-visto in tutta la sua fragrante e inedita novità; in ogni momento facciamo conoscenza di ciò che conoscevamo da sempre, ma che non avevamo mai guardato veramente; e abbiamo un bel dirci: “eppure lo sapevate”, ne siamo comunque sempre di nuovo stupiti. Ecco l’effetto misterioso del dischiudimento. I cavalieri del dilemma semplicista (ancora loro!) ci impongono di scegliere una delle due cose e respingono l’idea del re-inizio come se fosse una mostruosità: il re e l’inizio si negherebbero a vicenda, e noi dovremmo escludere ogni intermedietà tra la ripetizione meccanica e l’inizio assoluto, tra la tiritera e non so quale creazione ex nihilo, tra la reiterazione “tale quale” e l’irruzione dell’inaudito-imprevedibile.

[Vladimir Jankélévitch, Il non so che e il quasi niente, pp. 274-76]

È possibile una vita illogica? Una traduzione esistenziale forte delle consapevolezze che il sentimento (il Sentire) ci offre quotidianamente? Se chiunque può sentire che il vero è spesso indicibile perché inafferrabile, pur nella sua evidenza, questo significa che la catena discorsiva del linguaggio non coglie ciò che è nella sua essenza. La storia personale di ciascuno è costellata di scoperte commoventi, di pagine e di pensieri capaci di accendere la meraviglia, cioè la naturale disposizione dell’essere umano alla filosofia; ma che seguito hanno, per lo più, quei momenti? Perché la meraviglia non trova spazio nella dimensione quotidiana dell’esistenza? C’è forse qualcosa, nel recinto del vissuto, che soffoca la meraviglia, che la rende inutile agli scopi del tirare a campare?

Jankélévitch suggerisce che questo qualcosa sia la dittatura della logica. L’edificio stesso cioè in cui ha trovato riparo l’uomo occidentale, il suo ambiente naturale. Una naturalità che però soffoca un’altra naturalità, quella dei processi immediati del sentimento (ma non del sentimentalismo). Due naturalità che la nostra storia ha voluto alternative, contrapposte, escludentisi a vicenda. Come però la psicologia del profondo sa bene, nell’eterna dialettica delle forze quella che “perde” non muore mai. Essa non soccombe ma regredisce a forza inconsapevole, “sprofonda” nel limbo grigio del non senso. Da quella posizione, la posizione dell’acqua, che rifluisce sempre verso i luoghi profondi, essa poi si risolleva nei modi caotici e incontrollabili della tempesta o della marea: ci sopraffà, con una forza che nessuno è più in grado di controllare perché questa forza non ha nome, non ha senso. È indicibile. Detto in parole povere: la natura logica del pensiero è spesso battuta, proprio nel suo ambiente naturale, quello della vita quotidiana, dalla forza contraria (illogica?) del sentimento, ma in modi che non dipendono dalla nostra volontà, che non possiamo controllare, che ci colgono di sorpresa, e non sempre per il nostro meglio. La natura sconfitta prende le sue rivincite con la violenza caotica dell’impulso, e la disabitudine al sentimento ci rende impotenti di fronte al suo emergere.

Alla domanda dunque di quale sia il vantaggio per l’essere umano di un capovolgimento esistenziale verso il sentimento (il Sentire) – “cosa ci guadagno a uscire dalla logica della logica”? – la risposta è immediata: riconquisto la mia unità, fondo la due naturalità esistenziali in una visione coerente e consapevole della complessità del vero. In termini più “politici”, nell’ottica cioè di un cammino di solidarietà civile, tutto questo offre la possibilità di togliersi dallo sguardo del Potere: mi rendo imprevedibile, non classificabile in termini statistici e quantitativi, mi sottraggo alla calcolabilità della mia vita.

Giustamente, l’errore da evitare è quello di un semplicistico capovolgimento dei valori. Uscire dalla logica della logica è un passo che ci allontana anche dalle risposte congelate nella Storia della filosofia. Non esiste, contrariamente a quanto pensavano sia Platone che Nietzsche, un “mondo vero” contrapposto a uno “non vero”. Il mondo è uno solo. C’è il mondo, che la nostra coscienza conosce e utilizza; conosce nei modi complessi dell’intuizione, cioè delle libere associazioni personali, e utilizza con gli strumenti razionali della catena causa-effetto, la catena logica. Essere autentici può dunque significare essere consapevoli dello strumento più adatto ad ogni situazione?

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: