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Parola – logos

23/01/2012

(…) Fino al momento in cui qualcuno è solo con se stesso non raggiunge la consapevolezza di quanto sia importante per lui l’evento in questione o di quanto lo lasci indifferente. Ma quando egli sa che qualcun altro ne è a conoscenza, viene preso da uno stato d’eccitazione. Fintanto che stiamo soli con noi stessi, Dio solo sa quanti rospi siamo capaci d’ingoiare senza accorgercene, continuando a rimanere indifferenti. Fintanto che supponiamo che di una situazione nessuno sia a conoscenza, non siamo capaci di valutare realmente cosa essa rappresenti per noi. A questo proposito, suggerisco sempre alle persone di parlare delle loro questioni, per potersi rendere realmente conto di quanto siano importanti. (…) Devo riconoscere che il gentilsesso rivela in questo una particolare abilità. Quando si comunica qualcosa a una donna e lei manifesta un’emozione incontrollata, allora si sa veramente quale valore ha quella comunicazione. Parlare con gli uomini in un caso simile non è altrettanto vantaggioso, perché generalmente l’uomo nega in modo consapevole. (…) Il dialogo con le donne, invece, sortisce effetti particolari quando riguarda un vissuto che non è stato adeguatamente valutato.

C.G. Jung, Sui sentimenti.

Comprendere “qualcosa” e comprendere “qualcuno”. Soffermiamoci ora su questo secondo caso. Comprendere e farsi comprendere implicano l’uso della parola (nella maggior parte dei casi). Che cos’è “la parola”? Prima riposta: è l’epifenomeno, il “vestito” con cui io rivesto il fenomeno, ciò che sento, ciò che penso. Come il lenzuolo sul fantasma: il lenzuolo non è il fantasma, ma senza lenzuolo, il fantasma non è visibile, non è “pubblico”. Essa dunque è quel qualcosa che dà esistenza al vissuto. Seconda risposta: la parola è la cosa: essa mi dice ciò che non ho ancora pensato, crea in me un nuovo pensiero, una nuova realtà finora impensata; sfonda il luogo comune per creare un nuovo luogo ”comune”, una nuova comunità di pensiero. Ancora: la parola è la cosa in quanto senso. Con la parola non creo l’emozione, ma le do un senso, la costruisco (bildung). Terzo caso: la parola è un bene che metto in comune, che dispongo tra me e gli altri perché venga condivisa. In questo caso, io mi predispongo a essere modificato, a riprendermi una parola che non è più la mia, che è stata arricchita dal contatto con altre parole. Ho investito e ne traggo un “profitto”. Metto in comune una parola nel momento in cui mi rendo conto che essa non mi è sufficiente, non contiene tutto il senso che vorrei dare a ciò che penso. Essa è quindi relazione (Mancuso).

Ma la parola non è tutto: il tono, il sorriso o la tristezza che l’accompagnano la rendono propriamente umana, la fanno uscire dall’ambito della semplice comunicazione. Tuttavia anche la scrittura può aggiungere senso a ciò che penso, una scrittura non puramente informativa, una scrittura personalizzata. La personalizzazione è ciò che la semiotica chiama interpretante: è la riserva di esperienze con cui io “rivesto” ciò che sento. Noi quindi, parlando rivestiamo il nostro pensiero (il fantasma), ma rivestiamo anche la parola altrui, la interpretiamo. In ogni caso, si mantiene costante l’ambito della relazione: non c’è parola senza relazione. Anche se possono esserci relazioni senza parola.

Nel mettere in mezzo, dunque, la parola, io metto in mezzo me stesso, poiché io sono il suono (ciò che dico) e l’interpretante (ciò che voglio dire). Verrò compreso? Cioè: verrò preso per quello che sono? Solo se ciò che ho messo in mezzo, la mia parola, è autenticamente me stesso. Se non ho usato la parola come schermo dietro cui difendermi, o proteggermi dalla verità. Solo se, mettendomi in mezzo (nel gioco, più che in gioco), io mi abbandono al gioco del logos, che è relazione, e quindi trasformazione. Il mettersi nel gioco della parola – del logos – non è riducibile alla “comunicazione”: nel momento in cui io butto lì “una” parola, do inizio a un processo, ad un andare e venire del logos tra me l’altro, il cui esito è sempre qualcosa di più di ciò che ho “semplicemente” detto, anche se forse non è quello che avrei voluto dire. Investire nella parola produce sempre profitto. L’Incomunicabilità non è impotenza della parola: è il limite che noi diamo alle nostre relazioni, è il punto oltre il quale non vogliamo più metterci in gioco.

 

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