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O tempora o mores… verrebbe da dire.

04/03/2012

La volgarità è un segno dei nostri tempi? Dipende da come la si intende. La volgarità delle immagini, per esempio, è un fenomeno culturale già abbastanza datato: almeno da quando è stata “inventata” la donna oggetto, ovvero il corpo femminile come esca ben infilzata sull’amo dei consumi. Sotto questo riguardo, non manca una vasta letteratura volta a denunciare/spiegare il fenomeno; tuttavia è indubitabile il fatto che esso stia rifiorendo con, spiace dirlo, la complicità del sesso femminile. Ma non è di questo che parleremo.

C’è un’altra forma di volgarità che oggi dilaga nel pubblico, negli spazi cioè della socialità, che possiamo far discendere direttamente dai “favolosi anni Ottanta”, dagli “ultimi giorni di Pompei” della cosiddetta “prima repubblica”. È la volgarità degli atteggiamenti, definibile come l’esibizione ostentata di una totale mancanza di freni di fronte al comune senso del decoro.

Questa forma di volgarità ha una sua particolarissima connotazione: attraversa tutti gli strati sociali senza distinzione di ceto, contrariamente al senso che il concetto di V. aveva in passato, quando l’origine stessa del termine (da Vulgus, popolo, inteso come feccia, suburra) ne indicava i contorni squisitamente culturali. Essere volgari, molti anni fa, equivaleva pressoché automaticamente all’essere ignoranti, rozzi e privi di stile; a fronte di uno stile di vita improntato all’eleganza e soprattutto all’autocontrollo degli atteggiamenti, sempre misurati sulla base di un più o meno comune “senso del decoro” e del pudore. Il ceto medio-alto tendeva insomma, con tutte le dovute eccezioni, ad espellere da sé i comportamenti inaccettabili sotto il profilo dello stile e della convenienza (ovviamente non è in discussione, in questa sede, la maggiore o minore fondatezza etica di quelle valutazioni), mentre attualmente si assiste al processo contrario, come se il potere economico volesse sempre più strettamente identificarsi col potere di fare tutto ciò che si vuole.

Quello che qui ci interessa non è fare della fenomenologia della volgarità, ma riflettere sulle ragioni per le quali qualcuno sente questo atteggiamento come una lesione alla sua sensibilità e dignità. C’è chi soffre per la diffusa volgarità: qual è l’origine di questa sofferenza? È come se la distanza che un tempo si poteva tenere, magari voltando la testa dall’altra parte, sia stata abbattuta così che ovunque spostiamo lo sguardo, siamo sempre senza difesa.

Quello volgare  non è, naturalmente, un comportamento neutro e omogeneo, uguale per tutti in ogni occasione: possiamo descrivere la nostra sensibilità (nei suoi confronti) come un campo di percezioni che man mano che si allarga perde di forza. Ai margini estremi di questo campo collochiamo gli atteggiamenti più diffusi e, in qualche modo, inoffensivi – quelli che sostanzialmente non ci toccano più di tanto; o addirittura quelli che “ormai” consideriamo come parte della normalità e che ogni tanto condividiamo, magari nostro malgrado. Man mano che però ci avviciniamo al centro di questo campo, emergono i comportamenti più lesivi, i meno tollerabili (sempre secondo un punto di vista individuale), fino a quelli il cui manifestarsi ci ferisce profondamente. Ma cos’è che ci ferisce?

Per comprenderlo dobbiamo verificare un dato: lo stesso comportamento offensivo in due persone, una appartenente a un nostro ambito di relazioni e l’altra lontana da noi, ha lo stesso effetto? Innanzi tutto e per lo più no: è quasi sempre la relazione quella che veicola il disturbo, di qualunque genere essa sia, anche la più effimera come il viaggiare su uno stesso treno. Da chi condivide con noi un in-essere-nel mondo (una particolare situazione) ci aspettiamo, in modo del tutto spontaneo, di essere riconosciuti, di essere rispettati nella nostra dignità e umanità. Questo vale anche nelle situazioni più estreme: proviamo meno turbamento nel vedere un uomo divorato da un branco di lupi (è una tragedia che non ha, letteralmente, senso), che non assistere a una scena di tortura e vilipendio su un prigioniero di guerra. In quest’ultimo caso, la relazione umana tra vittima e carnefici mette in risalto la violenta rottura del patto di uguaglianza tra esseri umani, proprio il ponte di senso che li unisce aumenta la violenza del gesto offensivo della dignità (di tutti e due, oserei dire). Per questa stessa ragione, la volgarità è tanto più offensiva quanto più vicina a noi è la persona che la esibisce, e non necessariamente nei nostri confronti.

Dunque la relazione spiega l’origine della lesione, ma non mostra ancora fino in fondo che cos’è che ci ferisce della volgarità. Che cosa vediamo di spaesante nel gesto volgare? Perché, a detta di molti, la sensazione che si prova in certe situazioni è di spaesamento, il non sentirsi più “a casa propria”: unheimlich, direbbero Freud e Heidegger. Come l’angoscia, la volgarità è spaesante. Qual è il “paese” da cui ci sentiamo, improvvisamente, espulsi?

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