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Cinema e Visioni del mondo

26/12/2014

Leggo Paolo Flores d’Arcais (P. Flores d’Arcais, Vito Mancuso: Il caso o la speranza. Dibattito senza diplomazia, Garzanti 2013, p. 15):

«[Mancuso] si limita perciò a “ribadire” il proprio “credo filosofico-teologico” rifiutando di “appiattirsi nella polemica”, cioè ignorando gli argomenti critici che ho rivolto al suo “credo”. Non esporrò qui un mio “credo” alternativo, non solo perché penso avesse ragione Max Weber, che invitava chi sentisse bisogno di visioni del mondo ad “andare al cinematografo”, ma perché penso……. ».

La visione del mondoDilthey, Jaspers – non è una cosa filosoficamente “seria”: è più che altro una disposizione a farsi un’idea della realtà secondo i presupposti del proprio contesto e della propria cultura. Viene prima, cioè, del pensiero con la P maiuscola. È una faccenda più collettiva che individuale, sicuramente fuori dal controllo di una mente critica. Detto questo, la supponenza snobistica di Weber (ma mi piacerebbe rintracciare il testo originale, cosa che Paolo F.d’A. non mi aiuta a fare), artatamente gettata in faccia ai lettori dal giornalista-filosofo, è una cosa insopportabile, come molte altre di questi oscuri anni.

Il “bisogno di visioni del mondo” è una questione che andrebbe presa con un tantino più di serietà (e non dico di rispetto, per non porgere l’altra guancia al secondo schiaffo). Al di là del dove e quando tale locuzione ha visto i suoi natali – già Kant l’ha usata, ma è ovvio: non conosceva ancora il cinematografo – essa ha un suo senso forte che va oltre le questioni filologiche. Dal pensiero mitico in poi, avere una visione del mondo fa parte della costituzione del pensiero umano. Del pensiero come potenza analitica e sintetica, e quindi ordinatrice del cosmo, generatrice di matrici culturali e di paradigmi interpretativi e scientifici. Ogni evento, ogni esperienza hanno senso solo in una cornice interpretativa che permetta di riconoscerli come significanti, cornice che è a priori rispetto ai giudizi della ragione. Tale cornice è data come sistema organizzato ereditato dal contesto e dall’educazione; possiamo chiamarla Pippo, se visione del mondo non piace, ma un secolo di psicologia e filosofia ci hanno ormai convinti della verità di questa affermazione.

A detta dunque di Weber e del nostro, il Filosofo – perché questo è il sottinteso: chi sa pensare vs chi non sa pensare – non ha bisogno di v.d.m. Come faccia dunque il Filosofo a “organizzare” il proprio pensiero ce lo mostra proprio il d’Arcais in questo libro-conversazione col malcapitato Mancuso. Dice infatti Mancuso (in sintesi): «io ti propongo il mio credo, tu cerchi solo di distruggerlo senza metterti sullo stesso piano, senza espormi il tuo». Con la risposta che abbiamo letto all’inizio. Il gioco gladiatorio messo in scena nel libro è dunque così fatto: un guerriero pesantemente armato di una visione del mondo, invece di essere affrontato da un avversario altrettanto equipaggiato, è punzecchiato da tutte le parti da una specie di sabotatore inafferrabile. Quali sono le armi del sabotaggio? Due affermazioni che ritornano ossessivamente, come colpi di pugnale inferti nella stesa piaga: 1) alla filosofia è lecito tutto, meno che «fare affermazioni in conflitto con gli accertamenti scientifici di cui disponiamo»; 2) c’è un solo modo corretto di argomentare, ed è applicare rigorosamente il cosiddetto “rasoio di Ockam”. Non entriamo nel merito di questi due “assiomi”, in realtà estremamente potenti; facciamo solo attenzione a un fatto: che cosa sono 1) e 2), messi insieme e applicati a uno stile di pensiero, se non una ben precisa visione del mondo? Una v.d.m. che, come altre, non dà ma toglie. Va per esclusione – stabilisce cosa non si può fare – invece che per addizione – aggiungere qualcosa alla conversazione. Dunque il “vero filosofare” ha lo scopo di cogliere le contraddizioni, le fallacie argomentative e le aporie del discorso, e non altro. In pieno accordo col neoempirismo logico. Ma il neoempirismo logico è una concezione scientifica del mondo (titolo del manifesto filosofico di Hahn, Neurath e Carnap), cioè esattamente una Weltanschauung. Ma la paura di quelli come Paolo è ben chiara: nel momento stesso in cui ammetto che il mio sistema di pensiero è una concezione del mondo, sic et simpliciter mi nego la possibilità di imporla agli altri; non è più indiscutibile. Perché il pensiero scientifico, come il pensiero magico, è fondato su un principio assoluto d’autorità. Attenzione: non il modus operandi degli scienziati, ma la fede di chi scienziato non è e si appella alla scienza in mancanza d’altro.

Morale. E se il vero filosofare fosse applicare sempre e comunque un’inflessibile onestà intellettuale?

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