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È mai esistito il futuro?

28/12/2014

Di fronte alla perdita di un futuro (o del futuro) di cui ci lamentiamo [vedi l’articolo di Giorgio Agamben], sento la necessità di soffermarmi a pensare.

Il filo d’Arianna potrebbe essere la storia del nostro pensiero speculativo, quello sorto 2700 anni fa, secolo più o secolo meno. E dunque: i Greci avevano un futuro? I presocratici, i grandi ateniesi del V secolo, gli accademici e gli eruditi ellenisti, pensavano al futuro? A giudicare dalla loro concezione del tempo, un eterno ritorno governato dalla razionalità, si direbbe proprio di no. Che futuro può esserci in un presente che si ripresenta? Qui però occorre fare una puntualizzazione. Il Futuro in quanto tale è una dimensione dello spirito (per gli agnostici, diciamo dell’intelligenza); non c’è futuro per le “cose”. In questa delimitazione, è d’obbligo un ulteriore chiarimento: il futuro, a chi dovrebbe appartenere (per il momento infatti non abbiamo ancora deciso se esso esiste)? All’umanità, ai singoli popoli, o a ciascuno preso individualmente? Decisamente, la questione si complica.

I Greci, tanto per dire, non avevano un’idea di umanità. Avevano quella di etnia, di gruppo identitario, per sua natura esclusivo e non accogliente. Il futuro del loro etnos, a sua volta frammentato in una costellazione di poleis, era nella continuità del passato, delle sue istituzioni e tradizioni. Un futuro diverso era immaginato solo come catastrofe, rappresentazione dell’ira degli dei. Non molto diverso per i Romani. Per entrambi, figli degli stessi dei, ciò che la speranza lasciava intravedere era il fluire di un tempo uguale a se stesso, interrotto solo dalla morte individuale. Dopo la quale non c’era più tempo; l’aldilà non era certamente una meta ambita. Per l’individuo, quindi, il futuro era la fine, il non-essere, un vuoto di senso. Per meglio dire, non c’era.

L’avvento del cristianesimo, con la sua nuova rappresentazione del tempo, dalla creazione all’apocalisse (la fine del tempi), portò il sol d’avvenire nell’orizzonte dell’umanità, non più divisa in etnie ma (almeno idealmente) raccolta in universale fratellanza. Ma non fu certamente un evento tanto rapido quanto, superficialmente, si pensa. Prima della Città di Dio di Agostino, il perno teologico era quello della Parousia, dell’avvento cioè del Regno di Dio in terra, i mille anni di beatitudine attesi dalle prime comunità. Un Futuro, indubbiamente, in quanto attesa, immaginazione, speranza. Ma del tutto circoscritto a una civiltà, a una religione. Altrove, vale a dire per la stragrande maggioranza dell’umanità, il futuro continuò ad essere il non-essere dell’essere-per-la-morte.

Futuro uguale speranza, dunque; o attesa della felicità. Una promessa per chi ha fede, una favola per chi non ce l’ha. Ancora una volta, così, restringiamo il campo di chi “pensa al futuro”. Poi sappiamo che c’è un modo diverso d’immaginare secondo la propria classe sociale di appartenenza. I poveri (generalmente parlando) non hanno mai avuto un futuro, se non affidandosi alla promessa della fede; un futuro, comunque, non di questo mondo. La classe medio alta – la moderna borghesia – ha invece sempre avuto un futuro: quello legato alla circolazione dei beni, un futuro economico. Lavorando, investendo, risparmiando, garantisco un futuro alla mia famiglia. Un futuro di accrescimento materiale (nella peggiore delle ipotesi, di mantenimento di un certo status quo). Notiamo una cosa però: in tutti questi costrutti mentali – paradiso, felicità, agiatezza, sicurezza – la parola “futuro” non è quella giusta; non è di questo che propriamente si parla quando diciamo “pensiamo al futuro”. A cosa pensiamo, quando “pensiamo al futuro”? Pensiamo alla nostra vita, quella di tutti i giorni, che è soltanto mia e che nessun altro può vivere al mio posto? O pensiamo a qualcosa di più grande: per esempio a un “mondo futuro”?

Le due alternative costituiscono modi diversi di investire la propria immaginazione e i propri sentimenti. Il mio futuro (o dei miei figli) è il domani, ancora incluso in un orizzonte famigliare, un mondo già ammobiliato perché le cose che posso sperare sono solo quelle che mi immagino, cioè che conosco. Posso sperare in un domani migliore, fatto cioè delle cose che oggi mi mancano; cose della cui esistenza sono pienamente consapevole. Questo futuro prossimo, questo domani, è ciò che oggi ci manca? È questo che abbiamo perduto con l’incancrenirsi del capitalismo finanziario? Un domani cioè uguale all’oggi, nel senso di un domani già noto e rassicurante, nel quale il mio progresso è garantito solo dalla sicurezza di un contesto solido e conservativo. Se il mio lavoro e i miei sacrifici hanno reso possibile un lavoro e una posizione ai miei figli, ciò è avvenuto perché nulla è cambiato, perché ciò che immaginavo era già qui, a portata di mano. Cosa ha a che fare tutto ciò con il futuro?

Il “mondo futuro”, invece, è un’invenzione della modernità, a grandi linee, dalle fantasie di Francis Bacon. Un mondo diverso, progredito, un mondo possibile. Questa immagine del futuro fa da pendant al concetto di progresso, un concetto moderno, strettamente circoscritto a un’élite intellettuale, attraverso la quale è poi percolato nel comune sentire delle masse (a grandi linee, dalle prime esposizioni universali e cioè dalla metà dell’ottocento). Filosoficamente, questa trasposizione meccanicistica ed economica della Città di Dio è strettamente connessa alla “morte di Dio” di nietzscheana memoria; essa non è propriamente “il domani” ma un mondo possibile, trasferito dalla dimensione trascendente a quella immanente. Immanente perché già inscritta nei cromosomi di questo mondo, diretta conseguenza delle conoscenze in nostro possesso. È un futuro da operetta (non per niente da esso è nato un grande genere letterario quale quello della Fantascienza), il futuro liberal-borghese delle umane sorti e progressive. Bene, a modo suo, anche questo futuro ci è stato tolto. Ma le cause non dipendono da un disegno intelligente e perverso; esse nascono direttamente dalla catastrofe oggettiva che il mondo della tecnica ci propone come scenario globale. Non abbiamo più, a ben guardare, ragioni valide per sperare nella tecnica. Forse siamo diventati più intelligenti e, forse per questo, nutriamo meno speranze.

Proviamo a tirare qualche conclusione senza tirarla troppo per le lunghe. Se il futuro che ci è stato tolto è quello rassicurante e borghese dello status quo, facciamocene una ragione: non è una novità, nella storia del mondo. Abbiamo tutti i motivi per dispiacercene ma ciò non costituisce, come gli Agamben fanno credere, un danno etico e civile. Caso mai il danno è già stato perpetrato, nel momento in cui ci siamo adagiati, negli anni passati, su un modello di vita così fatto. Se i demoni del capitalismo finanziario oggi ci tartassano, è perché tutti insieme abbiamo lastricato la via che li ha portati dove stanno, la via dell’agiatezza come diritto universale senza se e senza ma. Quel “diritto alla felicità” di cui scrissero i padri fondatori della democrazia americana senza troppo domandarsi cosa veramente sia la felicità. Se invece parliamo di un “mondo futuro” deserto e avvelenato, e cioè di quello che noi stessi giorno dopo giorno costruiamo per le prossime generazioni, ancora una volta non è al demonio che dobbiamo guardare, ma alle nostre stesse “buone intenzioni”. In ogni caso, di cosa parliamo quando parliamo di “futuro”, se non di qualcosa che non è mai esistito?

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