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Consulenza filosofica

Questo blog aderisce a PRAGMA - Professionisti pratiche filosofiche

Psicologia o filosofia?

20/02/2012

Cerchiamo di capire “una volta per tutte” che cosa distingue l’atteggiamento psicologico da quello filosofico. Atteggiarsi “psicologicamente” verso una problematica implica l’adesione a un paradigma interpretativo, fare riferimento a una teoria scientifica del comportamento, in base alla quale classifico l’atteggiamento che assumo ad oggetto della mia osservazione. In questo caso, sono obbligato a stare dentro a un modello, e soprattutto a operare per giungere a un certo risultato: eliminare ciò che, in quella teoria, è classificato come disturbo.

Atteggiarsi “filosoficamente” implica invece l’assunzione di una coscienza critica (diciamo: una meta-coscienza, una coscienza “superiore”), la rinuncia ad operare pragmaticamente entro un modello e la decisione di sottoporre quello ed altri modelli analoghi ad un confronto che ne riveli il senso, l’origine e la finalità. La coscienza filosofica rinuncia all’azione a favore della critica, del pensiero, di una libera ricerca della verità che prescinda da ogni idea di verità precostituita. Ancora una volta: agire filosoficamente è “agire in libertà”.

Condurre una vita filosofica implica un cammino di formazione culturale? Non diciamo “è necessario avere una laurea”, ma anche solo predisporsi programmaticamente a un percorso di formazione? Esistono persone, ne conosciamo tutti, che spontaneamente ci offrono modelli di comportamento profondamente filosofici, cioè liberi e consapevoli, con una semplicità e spontaneità che non hanno niente a che vedere la “sapienza” e la “cultura”. È possibile che “vivere filosoficamente” sia una dote naturale, o, per meglio dire, sia un traguardo raggiunto anche inconsapevolmente, e tuttavia frutto di una costante meditazione sul senso della vita. Occorre liberare la parola “filosofia” dalle sue connotazioni occidentali, che hanno finito per relegarla nel recinto delle professioni e delle caste, di un sapere elitario utile a dividere più che a unire, a ritagliare privilegi più che a liberare il pensiero. L’essere umano è naturalmente filosofo nella misura in cui è dotato di pensiero e di coscienza; il loro uso è filosofico nella misura in cui è libero ed è critico.

Al di là dunque delle pastoie culturali in cui si muove “la filosofia”, vediamo come si articola una vita filosofica. Noi siamo innanzi tutto e per lo più gettati nel mondo, vale a dire in un contesto modellizzante, in un’educazione che ci è data senza che la possiamo scegliere. Il primo passo è quello di prendere coscienza di questo “nostro” modello, guardandolo dall’alto di una “coscienza assoluta”, cioè di un Io che “possiede” e non “è posseduto” da quel modello. La domanda è: che cosa “me ne faccio” di questa consapevolezza? Di quale utilità mi è? Nel momento in cui la “mia” visione del mondo è spianata di fronte a me con oggettività, essa diviene “una” fra le altre, qualcosa che posso confrontare consapevolmente e criticamente. Il processo non deve necessariamente condurre a una revisione del proprio modello: sono tuttavia cose assai diverse sapere “perché” agiamo in un certo modo o non saperlo. A volte ciò può già essere sufficiente a darci serenità. La mia risposta nei confronti di un modello alternativo può essere accettarlo per arricchire di nuove sfaccettature la mia esistenza, ma anche semplicemente “prenderne atto” per riconoscere in chi me lo offre un’”altro modo d’essere”; con questo riconoscimento metto in opera la tolleranza e il rispetto, e soprattutto evito di riferire all’altro le stesse intenzioni che mi muovono nel momento in cui ricevo da lui qualcosa di “offensivo”: non sempre ciò che mi ferisce dipende infatti da una cattiva volontà dell’altro: più spesso è legato a intenzioni che nella mia visione del mondo hanno un altro senso. Per essere chiari: la filosofia non è una mistica, un abbandono disarmato a entità superiori: essa è uso della ragione, dominio della propria coscienza.

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La relazione amorosa

06/02/2012

Se ci viene chiesto di pensare spontaneamente a “un sentimento”, noi pensiamo innanzi tutto al sentimento amoroso, alla relazione sentimentale. Oggi allora ci chiederemo: è possibile la libertà in una relazione sentimentale? Filosoficamente parlando: è possibile essere autonomi di fronte all’assalto della passione amorosa? L’autonomia della scelta si colloca nello spazio tra l’assalto, o la passione, e se stessi, nel momento cioè in cui io distinguo la passione da ciò che sono, intendendo con ciò la mia integrità di persona ragionevole. Identificarsi nelle proprie passioni non è allora il contrario di una vita filosofica?

La passione appartiene alla categoria esistenziale degli “stati d’animo”. Come ci ha insegnato Heidegger, noi siamo gettati in uno stato d’animo, così come in una passione; essi non dipendono da noi, da una nostra scelta, dalla nostra volontà. La vita filosofica comincia dopo, nel momento della libera decisione verso questo Esser-ci, essere dentro il puro sentire. In tal senso, se non solo in questo, la filosofia è libertà. Ciò che oggi ci interessa, tuttavia, è anche capire se ha senso scegliere di “essere per la passione”, accanto alla possibilità alternativa di “dominarla”. Forse ciò è possibile nel momento in cui riconosco un modo di essere autentico nella passione stessa, se vedo in essa un modo di essere produttivo, creatore di senso.

Il concetto di “libertà” applicato alla relazione amorosa ha però due significati: essere liberi nei confronti dell’altro, ed essere liberi verso se stessi. Senza escludere una terza possibilità: essere liberi di essere se stessi. Si parla così di “relazione aperta” (Sartre e De Beauvoir, tanto per fare un esempio); di “relazione responsabile” e di “relazione alla pari”.

Non c’è dubbio però che la relazione amorosa autentica vuole l’esclusività: essa è duale, l’amore non è una torta che si può fare a fette. C’è forse da dubitare che il sentimento amoroso possa esserci nella libertà, se esso ci espone al possesso dell’altro, e ad essere posseduti interiormente dall’altro? Noi stessi desideriamo di essere tutto per l’altro.

Se l’amore “ci prende”, ne consegue che in esso possiamo cadere, entrando così nella condizione di non poter più scegliere come agire nei suoi confronti. La passione amorosa ci agisce, fa di ciascuno un “uno qualunque”, un “innamorato”. Per evitare questo occorre un’attrezzatura esistenziale che anticipi l’evento, che lo includa in una sfera di possibilità già previste. O pre-viste, nel senso della pre-veggenza consapevole. Tutto questo a partire da un dato di fatto: ciò verso cui noi ci attrezziamo non è l’altro, il partner, ma è l’evento, in questo caso la passione. Non abbiamo cioè a che fare con “un nemico”, ma con una condizione, con una possibile caduta nella non-libertà. Attrezzarsi filosoficamente è un esercizio di auto-comprensione prima di essere la comprensione di qualcosa. Ma “attrezzarsi”, in una condizione di tipo esistenziale come la relazione amorosa, può essere inteso in senso psicologico come il “fare esperienza”, o come si suol dire “imparare dalla vita”. Questo naturalmente è solo il primo passo, non sufficiente di per sé a trovare autenticamente se stessi. “Evitare di ripetere gli stessi errori” è un modo riduzionistico di intendere le proprie possibilità. Esso ci costringe in un habitus, o ci mette in una condizione difensiva, che non ha nulla a che vedere con la libertà.

La domanda che ci aspetta allora potrebbe essere: che cosa distingue un’”attrezzatura psicologica” da una “filosofica”?

Ragione o sentimento?

31/01/2012

Ci sono parole che danno emozioni. Rispetto a queste parole e alle loro emozioni, possiamo reagire “psicologicamente” (sentire o patire “dentro di noi” un certo stato d’animo, o “non sentire” niente), oppure filosoficamente, nel senso di metterci nella condizione di scegliere in libertà e consapevolezza  come porci di fronte ad esse. Per esempio la parola “morte”. Il pensare filosoficamente alla morte non è un intellettualistico esercizio di razionalità metafisica – non è “cercarne la definizione” -, ma è la possibilità di stare nella sua prossimità in modo libero. Libero di scegliere tra sentimento e ragione, ovvero tra emotività e razionalità. L’agire consapevole del vivere filosoficamente è esercizio di libertà nei confronti di ciò che, innanzi tutto e per lo più, avviene malgrado noi stessi, o, ancora meglio, avviene in noi stessi.

Ragione e sentimento hanno orizzonti diversi; quello della ragione è l’utilizzabilità: il pensiero razionale deve rispondere a un criterio di utilità, prima di tutto il resto. Esso è, heideggerianamente, estatico, è cioè proiettato fuori di noi. Sentimento è invece ciò che provo senza poterlo conoscere. L’orizzonte del sentimento è dunque autoreferenziale, perché in prima istanza il sentimento autentico è puro vissuto incomunicabile. La parola è il tentativo di farlo uscire da noi, di renderlo comune. Posso “far sapere” il mio sentimento lungo la via maestra del linguaggio, ma posso farlo “conoscere”? Si dice, di solito: “so cosa stai provando”, non “conosco quello che provi”, mentre in una poesia o in un brano musicale possiamo “sentire” cosa li muove. E ancora: il sentimento si esprime e non si spiega, e quindi si comprende e non si apprende. Ma malgrado tutte queste difficoltà, non esiste alcun sentimento che sia incomunicabile, se non nella misura in cui esso rimanga bloccato dentro di me per paura o per vergogna. Ciò che manca nella comunicazione di un sentimento non è la sua comprensibilità, ma il ponte stesso che ci apre agli altri; manca il mezzo, non il contenuto.

Sentimento e ragione sono sfere opposte? Noi siamo liberi nei confronti della ragione E del sentimento? Possiamo cioè deciderci auto-nomamente per l’una o per l’altro? Esseri liberi verso il sentimento non significa “non provare” sentimento. Un conto è la paura, nella quale la mia libertà non c’è più, perché la paura riempie di sé tutta la sfera del vissuto.  E soprattutto, la Paura non è mai ciò che sceglieremmo: possiamo scegliere di portare il peso del dolore, o delle lacrime, così come di innalzarci razionalmente al di sopra di essi, nell’imperturbabilità. Ma della paura sappiamo che è sterile, priva di senso, disumanizzante. Noi siamo schiavi della paura.

Scegliere il sentimento non è essere sentimentali: nella scelta si esprime la consapevolezza del senso che esso ha nell’economia del mio vissuto, del valore aggiunto che arreca alla mia esperienza, e anche, perché no, del bene che faccio a me e agli altri. Tra ciò che “mi assale” e ciò che “provo” c’è differenza, e c’è un salto: c’è la sfera della volontà e dell’esperienza, che possono attribuire al puro sentire un contenuto dotato di valore, possono dare al sentimento la mia impronta personale, che è ciò che precede la creazione di un pensiero.

Ascolto

31/01/2012

Heidegger si pone il seguente problema: cosa significa che noi possiamo “vedere” senza “cogliere”? tra la Sicht (la vista, il vedere con gli occhi) e l’Einblick (il vedere dentro, lo sguardo, il cogliere) c’è uno scarto di penetrazione: il secondo termine, che è proprio del movimento del pensiero, comporta un hören (un ascoltare), un conservare nell’ascolto, una Betonung (accento, intonazione), e solo così possiamo percepire l’Einklang (l’accordo) tra est e ratio. Dunque il guardare è qui un ascoltare: il pensiero è un guardare ascoltando. E poiché non è più questione di mera sensibilità (cioè di vista e di udito) ma di pensiero, noi di solito diciamo – continua Heidegger – che avviene una trasposizione metaforica dal sensibile al non sensibile, dal proprio al figurato: infatti, «solo in un senso metaforico, figurato, il pensiero può essere chiamato un ascoltare, un cogliere attraverso l’udito, un vedere e un cogliere attraverso la vista. Ma chi dice può? Colui che afferma che ascoltare con le orecchie e vedere con gli occhi sono l’ascoltare e il vedere in senso proprio». È vero che noi intendiamo con le orecchie una fuga di Bach, ma se riducessimo questo ascoltare alla mera ricettività sensibile non potremmo mai intendere una fuga di Bach. «Siamo noi che ascoltiamo, non l’orecchio». Divenendo sordo, Beethoven non cessa di sentire la musica.

Pier Aldo Rovatti, La declinazione della metafora in Heidegger, Filosofia ’86

Parola – logos

23/01/2012

(…) Fino al momento in cui qualcuno è solo con se stesso non raggiunge la consapevolezza di quanto sia importante per lui l’evento in questione o di quanto lo lasci indifferente. Ma quando egli sa che qualcun altro ne è a conoscenza, viene preso da uno stato d’eccitazione. Fintanto che stiamo soli con noi stessi, Dio solo sa quanti rospi siamo capaci d’ingoiare senza accorgercene, continuando a rimanere indifferenti. Fintanto che supponiamo che di una situazione nessuno sia a conoscenza, non siamo capaci di valutare realmente cosa essa rappresenti per noi. A questo proposito, suggerisco sempre alle persone di parlare delle loro questioni, per potersi rendere realmente conto di quanto siano importanti. (…) Devo riconoscere che il gentilsesso rivela in questo una particolare abilità. Quando si comunica qualcosa a una donna e lei manifesta un’emozione incontrollata, allora si sa veramente quale valore ha quella comunicazione. Parlare con gli uomini in un caso simile non è altrettanto vantaggioso, perché generalmente l’uomo nega in modo consapevole. (…) Il dialogo con le donne, invece, sortisce effetti particolari quando riguarda un vissuto che non è stato adeguatamente valutato.

C.G. Jung, Sui sentimenti.

Comprendere “qualcosa” e comprendere “qualcuno”. Soffermiamoci ora su questo secondo caso. Comprendere e farsi comprendere implicano l’uso della parola (nella maggior parte dei casi). Che cos’è “la parola”? Prima riposta: è l’epifenomeno, il “vestito” con cui io rivesto il fenomeno, ciò che sento, ciò che penso. Come il lenzuolo sul fantasma: il lenzuolo non è il fantasma, ma senza lenzuolo, il fantasma non è visibile, non è “pubblico”. Essa dunque è quel qualcosa che dà esistenza al vissuto. Seconda risposta: la parola è la cosa: essa mi dice ciò che non ho ancora pensato, crea in me un nuovo pensiero, una nuova realtà finora impensata; sfonda il luogo comune per creare un nuovo luogo ”comune”, una nuova comunità di pensiero. Ancora: la parola è la cosa in quanto senso. Con la parola non creo l’emozione, ma le do un senso, la costruisco (bildung). Terzo caso: la parola è un bene che metto in comune, che dispongo tra me e gli altri perché venga condivisa. In questo caso, io mi predispongo a essere modificato, a riprendermi una parola che non è più la mia, che è stata arricchita dal contatto con altre parole. Ho investito e ne traggo un “profitto”. Metto in comune una parola nel momento in cui mi rendo conto che essa non mi è sufficiente, non contiene tutto il senso che vorrei dare a ciò che penso. Essa è quindi relazione (Mancuso).

Ma la parola non è tutto: il tono, il sorriso o la tristezza che l’accompagnano la rendono propriamente umana, la fanno uscire dall’ambito della semplice comunicazione. Tuttavia anche la scrittura può aggiungere senso a ciò che penso, una scrittura non puramente informativa, una scrittura personalizzata. La personalizzazione è ciò che la semiotica chiama interpretante: è la riserva di esperienze con cui io “rivesto” ciò che sento. Noi quindi, parlando rivestiamo il nostro pensiero (il fantasma), ma rivestiamo anche la parola altrui, la interpretiamo. In ogni caso, si mantiene costante l’ambito della relazione: non c’è parola senza relazione. Anche se possono esserci relazioni senza parola.

Nel mettere in mezzo, dunque, la parola, io metto in mezzo me stesso, poiché io sono il suono (ciò che dico) e l’interpretante (ciò che voglio dire). Verrò compreso? Cioè: verrò preso per quello che sono? Solo se ciò che ho messo in mezzo, la mia parola, è autenticamente me stesso. Se non ho usato la parola come schermo dietro cui difendermi, o proteggermi dalla verità. Solo se, mettendomi in mezzo (nel gioco, più che in gioco), io mi abbandono al gioco del logos, che è relazione, e quindi trasformazione. Il mettersi nel gioco della parola – del logos – non è riducibile alla “comunicazione”: nel momento in cui io butto lì “una” parola, do inizio a un processo, ad un andare e venire del logos tra me l’altro, il cui esito è sempre qualcosa di più di ciò che ho “semplicemente” detto, anche se forse non è quello che avrei voluto dire. Investire nella parola produce sempre profitto. L’Incomunicabilità non è impotenza della parola: è il limite che noi diamo alle nostre relazioni, è il punto oltre il quale non vogliamo più metterci in gioco.

 

Comprendere o apprendere?

13/11/2011

Sempre in vista di una vita autentica…..

A quali diverse esperienze rimandano il “cum”-prendo e l'”ad”-prendo? Il “prendo-con” e il “prendo-da”? L’uso strumentale del “prendere” si differenzia a seconda della situazione? Forse il “con” del comprendo indica un prendere-con-sé più intimo e intenso dell’appropriarsi puro e semplice di qualcosa. Implica un vissuto, contrapposto all’operazione meccanica dell’utilizzazione. L’apprendimento richiama alla catena logica del se-allora, ma la comprensione non ci chiede forse di saltare qualsiasi logica per un più completo fare proprio? La logica richiede sempre la semplificazione dei procedimenti, il predominio dell’intelletto sulle altre facoltà; la comprensione vuole (si dice) il concorso di ogni facoltà.

È un dato di fatto che da Dilthey la comprensione ha assunto un valore filosoficamente altro, inglobando nella propria area semantica orizzonti di significato del tutto peculiari: la comprensione è, in quanto tale, sempre comprensione di un mondo. Ma che cosa questo significhi non è un problema da poco. È forse più facile partire da quest’altra considerazione: c’è differenza tra “spiegare” una poesia e “spiegare” una procedura di calcolo matematico? Ma forse “spiegare” non è proprio il verbo migliore, parlando di poesia. E perché? Forse perché una poesia o la si comprende o non è più niente. Ma, appunto, comprendere una poesia non è lo stesso che apprenderla. Si può spiegare qualcosa che dev’essere appreso, ma per far comprendere qualcosa la spiegazione non basta più: occorre altro. Che cosa?

La spiegazione è una linea che da A va a B. C’è qualcuno che ha la competenza per assemblare un ragionamento utile a dimostrare che “qualcosa funziona così”, e c’è un altro che ha l’intelligenza per capire ciò che gli viene detto. Che cosa è in gioco tra A e B? Innanzitutto un codice, ovviamente linguistico (anche la matematica è un linguaggio), e una serie di procedure logiche (o regole) che devono essere applicate correttamente. Sotto questo aspetto, non è necessario che A e B siano esseri umani. Possiamo immaginare la seguente tabella:

Au (dove u sta per umano)  →  Bm (dove m sta per macchina)
Am →  Bm
Am →  Bu
Au →  Bu

Nell’ambito delle procedure di spiegazione, tutti e 4 i casi sono possibili.

La comprensione invece può essere illustrata da una mappa:

Ora: chi decide le connessioni tra i nodi? In base a quale “codice” si legge una mappa? A può avere steso la mappa secondo un proprio ragionamento, ma questo ragionamento non può essere così stringente da costringere B a leggerla nello stesso modo. È ovvio che B può “inventare” nuove connessioni tra i nodi di questa mappa. Saranno tutti giusti? Può darsi di no; ma chi stabilisce il criterio di verità? A o B?
E ancora: da cosa sono composti i nodi della mappa? Possono essere quantità o eventi o testi (qualunque cosa si intenda per testo). In ogni caso, il significato di queste quantità o di questi eventi e testi dipende strettamente dall’ambito di senso che la mappa ricopre. 1500 non indica niente, preso di per sé: ma in una mappa storica sta per una data e in una proiezione economica sta per una certa quantità di denaro. Così dicasi per “caduta del governo Berlusconi”: letto da “sinistra” ha un senso, da “destra” ne ha un altro. Ma cosa significano “destra” e “sinistra”; e non può darsi un senso “neutro”? Ma chiunque a questo punto capisce che le risposte non possono più arrivarci per via di una spiegazione. Siamo entrati nel campo delle interpretazioni, delle opinioni, delle idee. Cioè nel campo delle scienze dello spirito (Dilthey, appunto).

Per concludere: apprendimento e comprensione sono cose diverse, ma non è detto che una delle due debba prevalere sull’altra. E non solo: non è neppure detto che una delle due sia più utile dell’altra. Ci stiamo forse avvicinando alla comprensione di cos’è autentico? L’ambivalenza, la complessità, la flessibilità, l’integrazione tra gli opposti, la totalità dell’essere hanno il sapore della saggezza; che sapore ha l’ostinazione univoca delle tavole di verità?

L’arte della memoria, di Frances Yates

20/10/2011

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