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27/05/2011

Il mio primo articolo! Per i/le maestri/e interessati/e e per il mio caro Prof. di Filosofia del liceo

pubblicata da Valentina Demichelis il giorno mercoledì 25 maggio 2011 alle ore 15.48

“LA MENTE RIFLESSIVA NEL DIALOGO FILOSOFICO”

La terza edizione del convegno ha preso avvio con l’intervento del Dott. Perassi, Dirigente Scolastico e Presidente della “Rete per la diffusione della filosofia con i bambini nel cuneese” che, rifacendosi al documento “I contenuti essenziali per la formazione di base”, redatto nel 1998 da una commissione di esperti su incarico del Ministro Berlinguer, sottolinea il ruolo preminente che spetterebbe alla filosofia.

Se da un punto di vista metodologico quest’ultima si colloca come baluardo ed essenza della democrazia, educazione continua e reciproca all’ascolto e al dialogo, d’altro canto non di solo metodo si tratta: la pratica della filosofia nella scuola è ricerca, discorso, vita entro orizzonti di senso.

Secondo il Prof. Mollo, docente di Pedagogia Generale presso l’Università di Perugia e autore del primo intervento, viviamo in un arcipelago di incertezze, un orizzonte di senso cangiante, e gli stadi della vita sono dunque orizzonti che si dilatano e si restringono.

La vita in quest’ottica è un percorso avventuroso di conoscenza e meraviglia ed il destino “un fiume che si adatta al territorio”. Come fare dunque a non fare filosofia di fronte alle domande senza risposta, allo stupore, “all’essere torrente, di una vita che si fa torrente”?

La capacità di meravigliarsi e la fame di “perché” sono tipici del bambino; l’essere umano stesso e in quanto tale è relazione e riflessione, con il fine ultimo di arrivare a comprendersi.

Obiettivo dell’educatore è dunque stimolare il pensiero divergente dei giovani, che è inversamente proporzionale alla quantità di esperienza. La mente del bambino però è mente riflessiva ed immaginativa, e non solo assorbente, in quanto non si limita a recepire esperienze e va oltre la sensorialità.

Ecco allora che il progresso della conoscenza deve andare di pari passo con quello della coscienza: la mente a cui si fa riferimento è più del cervello, è conoscenza che si fa coscienza e conoscenza che si fa coscienza, nella relazione con l’Altro, per comprendersi.

La coscienza riflessiva, in forza di quella percettiva senza cui non sarebbe nulla, si eleva a coscienza razionale ed etica attraverso la crescita e la maturazione della mente e del cuore, nell’incontro con il diverso e il difforme: la mentre riflessiva è un ponte tra la percezione e la capacità di giudizio.

L’educatore deve percorrere la strada che porta dall’ordine psicologico del bambino alla logica della scientificità, attraverso l’esperienza e con al centro l’ “Io mi meraviglio, immagino, suppongo”.

Attraverso il conversare filosofico si esperiscono intuizioni intellettuali, per giungere ad una concettualizzazione. Sono l’osservazione, la discussione, il dialogo e la riflessione a costituire quelle forme relazionali entro le quali deve necessariamente svilupparsi la mente riflessiva. La domanda che nasce dalla percezione nella propria interiorità e viene condivisa è la miccia che infiamma la mente riflessiva.

La possibilità di liberare le proprie percezioni in un contesto di pratica filosofica, caratterizzato da disponibilità all’ascolto, rispetto reciproco e necessità di argomentare, consente di elevarle a riflessioni, consapevoli e responsabili. In questo modo è possibile realizzare quello che oggi viene considerato uno dei compiti fondamentali della scuola, ovvero il costituirsi di una coscienza critica -non ipercritica, né acritica- che, in questo contesto, vuole essere fondata sulle cosiddette tre “A” della conoscenza: apertura mentale, appassionarsi, adattabilità. Nella scuola critica la verità non è relativa: è relazionismo.

L’intervento del Prof. Quaglia, professore ordinario di Psicologia dello Sviluppo presso la nostra facoltà, si colloca sul versante affettivo-emotivo della relazione educativa: l’oggetto della nostra azione di educatori diventa in questo caso la “mente che sente”.

Senza un rapporto di fiducia non è possibile nessuna relazione educativa, ma che significato dare alla parola fiducia?

Uno dei maggiori problemi pedagogici attuali è sapere chi si vuole educare e perché. Se il bambino Sioux doveva diventare un guerriero e il bambino Vezo un abile pescatore, chi deve diventare il bambino di oggi?

Nella polis greca i valori della collettività coincidevano con i valori individuali, mentre nella società moderna e contemporanea la visione dell’uomo è sempre più parcellizzata e la psicologia ha spesso ridotto (o cercato di ridurre) il pensiero umano al funzionamento di una “macchina”: l’immagine ideale è quella dell’individuo efficiente, che produce, non si guasta.

Ogni bambino che viene al mondo ha invece un progetto di realizzazione personale, il quale per svilupparsi necessita di condizioni favorevoli, pena l’insorgere di una nevrosi.

Il neonato è puro sentimento, fuso completamente con le sensazioni che riceve, con delle aspettative -inizialmente solo tattili, olfattive, uditive- in cui si riconosce. La fiducia di cui si parla è il sapere di ritrovarsi in quelle sensazioni: si tratta dunque di un modo di essere, di sentire, che non ha nulla a che vedere con la fiducia in se stessi e negli altri a cui ci riferiamo abitualmente.

Questo sentimento di fiducia rimane fondamentalmente lo stesso durante tutto il percorso evolutivo, seppur cambiando tonalità affettiva ed esplicandosi in alcune tappe fondamentali, che l’educatore deve saper riconoscere e per cui si rimanda alla letteratura specialistica (E. Erikson).

Compito dell’educatore diventa allora in sintesi insegnare al bambino a fare esperienza di sé in maniera sufficientemente buona, ritrovandosi in sensazioni che soddisfino le sue aspettative, individuando le “lacune” che intervengono nelle varie fasi dell’evoluzione del sentimento della fiducia e soprattutto aiutando il bambino a pensarsi secondo un modello. I bambini di oggi hanno paura di crescere perché non sanno immaginarsi da adulti e la scuola deve impegnarsi insieme alle famiglie per dare nuovo vigore alla loro speranza.

L’intervento di S. Bacchetta, Supervisore di Tirocinio dell’Università di Roma, è centrato sul ruolo della Parola, come signum privilegiato, anche in campo educativo.

L’autore, avvalendosi proprio del dono della metafora, delinea l’evolversi della Parola, fondamento dell’umanità e dello sviluppo intellettuale e culturale: ad essere evocata è l’immagine della mela nella mitologia e nella narrativa, come elemento al tempo stesso di seduzione, nutrimento e pericolo.

La Parola-mela è infatti colei che caccia l’uomo dall’Eden della comunicazione: una sorta di paradiso terrestre in cui comunicare non è necessario, in quanto si è compresi così come si è, ma dove, in fondo, non esiste possibilità di crescita.

La Parola-mela, magica ed evocativa, è nutrimento dell’animo: una “mamma” non sono che cinque lettere dell’alfabeto. Oppure no?!

La Parola-mela però è anche quella della strega di Biancaneve, velenosa e mortifera per la convivenza umana: non solo fonte di equivoci, ma spina comunicativa inconsapevole, critica immotivata, o peggio veleno utilizzato consapevolmente.

Esiste allora una possibilità di salvezza, un lieto fine per l’umanità tutta?

Educazione diventa in questo senso educare anche e soprattutto alla Parola, per ritornare all’Eden in una condizione diversa, più consapevole.

In questo cammino disponiamo di alcuni aiutanti magici, come la capacità biologica di essere empatici che ci deriva dall’utilizzo dei neuroni-specchio. Ma il bacio del principe per eccellenza è di matrice culturale: è la Parola poetica, terreno sicuro poiché non possiede per definizione un unico significato, Parola intima che cambia la vita, retorica che torna ad essere pura filosofia.

L’obiettivo è strutturare una mente critica, che sappia scegliere, anche la Parola, e la filosofia ci fornisce proprio le ali per volare sul mondo ed arrestare la caduta dall’Eden, attraverso la discussione, il confronto, lo spazio ed il tempo per amplificare le proprie potenzialità espressive ed intellettive.

L’uso giusto della Parola può cambiare il mondo…e la poesia diventa così ardire l’infinito.

Il conversare filosofico, come cum-versare, con sé, con l’altro, con il mondo, si colloca dunque al centro dello sviluppo della mente riflessiva, come occasione in cui la parola può finalmente essere data alla tensione umana di ricerca.

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